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Trump, passo indietro: “Servono due settimane per capire se c’è la pace”

NEW YORK – Scrive il che Donald Trump è già pronto a fare un passo indietro, nella mediazione per mettere fine alla guerra in Ucraina, lasciando che il leader russo Putin e quello di Kiev Zelensky se la vedano tra di loro per organizzare un vertice chiarificatore. Il che poi significherebbe dare una grossa mano al capo del Cremlino, sempre scettico sull’incontro bilaterale con l’innominato rivale, e libero così di proseguire la sua offensiva militare.

Può darsi che si tratti solo di una tattica negoziale, per spingere i due nemici a sbloccare lo stallo. Di sicuro però è la dimostrazione di quanto spinosa sia la pratica, nonostante l’ottimismo ostentato dal capo della Casa Bianca e la presunta accelerazione seguita ai vertici di Anchorage col russo e di Washington con gli europei. Nel frattempo il presidente dice anche che per vincere una guerra bisogna attaccare, rimproverando al predecessore Biden di non aver messo Zelensky in condizione di farlo. E aggiunge: «Scopriremo tra due settimane se avremo la pace».

La lunga giornata di Trump è iniziata con una gaffe nell’intervista telefonica rilasciata al giornalista conservatore Mark Levin, in cui ha detto che «la Crimea è enorme, direi grande quanto il Texas o qualcosa del genere, in mezzo all’oceano. Ed è meravigliosa». In realtà si affaccia sul Mar Nero ed è 26 volte più piccola del Texas, a conferma del fatto che il presidente non ha proprio le idee chiare sul dossier scottante nelle sue mani.

Poi però sul social Truth è passato alle considerazioni più politiche, scrivendo che «è molto difficile, se non impossibile, vincere una guerra senza attaccare il Paese invasore. È come una grande squadra che ha una difesa fantastica, ma non può giocare in attacco. Non c’è possibilità di vincere!». Quindi ha aggiunto: «Così è stato con l’Ucraina e la Russia. Il corrotto e incompetente Joe Biden non ha permesso a Kiev di attaccare, ma solo di difendersi, e come è andata?». Trump ha ripetuto che «questa guerra non sarebbe mai accaduta se fossi stato presidente» e ha annunciato che «ci aspettano tempi interessanti».

È possibile che questo sfogo servisse solo a cercare scuse, per il mancato successo della promessa fatta in campagna elettorale di chiudere il conflitto nel giro di 24 ore. Ora che l’accelerazione di Anchorage e Washington non sta dando i frutti sperati, bisogna scaricare le colpe sugli altri. Tra le righe, però, potrebbe trattarsi anche di una minaccia velata a Putin, perché se non accetterà di negoziare seriamente, potrebbe diventare l’obiettivo di una nuova offensiva economica, attraverso le sanzioni secondarie, e militare, con forniture di armi a Kiev. A maggior ragione visto che il capo del Cremlino sembra aver sfidato quello della Casa Bianca, bombardando gli stabilimenti della compagnia di prodotti elettronici Flex, con sede centrale in Texas.

Il segretario di Stato Rubio sta ancora lavorando alle garanzie di sicurezza da dare all’Ucraina in caso di accordo, e ieri ha sentito i consiglieri per la sicurezza nazionale di Kiev e diversi paesi europei. Un’altra corrente dell’amministrazione, che fa capo a JD Vance, resta però prudente e scettica: «Gli Stati Uniti – ha detto il vice presidente alla Fox – sono aperti al dialogo, ma non ci impegneremo finché non capiremo cosa serve per fermare la guerra in primo luogo».

A complicare la matassa arriva ieri la smentita ungherese: Il ministro degli Esteri Peter Szijjarto ha detto che la notizia secondo cui il presidente americano avrebbe telefonato al premier Orban per dissuaderlo dal bloccare l’adesione dell’Ucraina all’Ue non è mai avvenuta.

Zelensky ha accusato Mosca di voler “eludere” la “necessità” di organizzare un incontro con Putin: «Al momento, i segnali inviati dalla Russia sono semplicemente indecenti». Lui comunque sarebbe pronto ad andare, con possibile sede in Svizzera, Austria o Turchia, escludendo invece l’Ungheria, troppo vicina al Cremlino.

Il rompicapo resta dunque così ingarbugliato, che fonti dell’amministrazione hanno sussurrato al la tentazione di Trump a fare un passo indietro. Per ammettere che non ci sono vie d’uscita e scaricare la colpa sugli altri, oppure alzare la pressione.