LOCOROTONDO – «Article 5-like». I consiglieri per la sicurezza nazionale dei Paesi membri della Nato lo chiamano così, in queste ore. Un modo per segnalare quanto il meccanismo a cui si lavora sia simile all’articolo cinque dell’Alleanza atlantica, ma che non ingaggi in modo ufficiale l’organizzazione transatlantica. Serve uno scudo per l’Ucraina, che si attivi solo in chiave difensiva. Ma che non offra ai russi il pretesto per sfilarsi dalla trattativa di pace, sostenendo: la Nato ci minaccia o si prepara a colpirci per prima.
L’idea a cui lavorano dunque le cancellerie è quella di costruire un trattato in cui gli aderenti diventino scudo difensivo per Kiev in caso di attacco di Mosca. Con un ventaglio di possibili risposte, proporzionate alla violazione della pace. Inclusa l’arma più estrema, quella militare. Che avrebbe una tempistica rapida: l’opzione più probabile è che ci si accordi per una reazione entro 48 ore dall’attacco.
C’è un punto decisivo, in questa storia: gli alleati devono riuscire a creare un meccanismo che non ingaggi direttamente la Nato, ma che ne sfrutti l’azione di coordinamento. Nessun Paese può infatti fare a meno dei canali rapidi ed efficienti che soltanto l’Alleanza atlantica può garantire. Difficile, in altri termini, riuscire a mobilitare gli aderenti — uomini, artiglieria, aerei, difesa missilistica, navi — senza muovere l’organizzazione già esistente. Con un’attenzione imprescindibile, però: evitare le bandiere Nato, non la sua forza. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha ricordato su questo giornale l’imprescindibile azione dell’Alleanza, anche in questa partita: «Serve una reazione immediata per terra, aria, mare».
Come tradurre questa necessità è il lavoro delle ultime ore. L’agenzia Bloomberg ha reso noto un dettaglio importante: l’Italia ha proposto un piano agli alleati che prevede un coordinamento immediato in caso di attacco e una reazione entro 24 ore. Altri Paesi stanno indicato un orizzonte lievemente meno rapido: 48 o 72 ore.
Ed è proprio quella dei due giorni la soglia attorno a cui potrebbero alla fine accordarsi i partner. Va chiarito inoltre un altro elemento: la risposta militare non sarebbe l’unica opzione prevista dal trattato, perché i contraenti avrebbero a disposizione anche quella economica — sanzioni, in primo luogo — e politica (dunque più soft). Dipenderebbe dall’entità della violazione russa. A far parte delle forze di reazione potrebbero essere tutti i paesi dell’alleanza atlantica, o soltanto una parte, assieme ad altri che stanno manifestando in queste ore interesse a entrare in coalizione: in primo luogo, Giappone e Australia.
Mentre molto si muove sul fronte ucraino, il governo è alle prese con un altro nodo diplomatico. Secondo quanto si apprende da fonti qualificate, Parigi avrebbe mosso passi informali — ma decisi — per protestare con l’esecutivo italiano per gli ultimi, durissimi attacchi di Matteo Salvini a Emmanuel Macron. Dopo che il presidente francese aveva ribadito la disponibilità a inviare truppe per garantire la pace, il vicepremier leghista aveva commentato: «A Milano si direbbe “taches al tram” (attaccati al tram, ndr). Vacci tu se vuoi. Ti metti il caschetto, il giubbetto, il fucile e vai in Ucraina». Una dichiarazione che aveva subito mobilitato Renew, che per bocca di Sandro Gozi aveva stigmatizzato parole «indegne» e chiesto un sussulto a Meloni.
Nelle ultime ore, la protesta è arrivata ai massimi livelli: quella attraverso i canali diplomatici dell’Eliseo con Palazzo Chigi, quella dell’ambasciatore francese in Italia nei confronti della Farnesina.
In sostanza il messaggio, si apprende dalle stesse fonti, è stato questo: perché e fino a quando il numero due dell’esecutivo attaccherà il presidente francese? E soprattutto: parla a nome del governo italiano? Insomma: la presidente del Consiglio intende riaffermare la collaborazione tra i due Paesi o continuerà a lasciar fare?
