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In Polonia sette ore di guerra: decisivo il jet-radar italiano. Il test di Mosca all’Unione

La notte più buia d’Europa è iniziata alle 23.30 di martedì. Sugli schermi della difesa aerea polacca è comparsa la traccia inequivocabile di un drone, partito cinque ore prima dalla Russia e diretto oltre il confine. Spesso negli scorsi anni queste bombe volanti sono entrate nel territorio di Varsavia ma dopo pochi chilometri hanno invertito la rotta, cercando di cogliere di sorpresa la contraerea ucraina che protegge le fabbriche e le basi intorno a Leopoli. Questa volta no. Il drone ha proseguito la sua corsa verso occidente. E poco dopo un secondo velivolo si è materializzato sui radar, seguito da tanti altri che si sono inoltrati in Polonia anche per 300 chilometri . L’ultimo, il diciannovesimo, è stato avvistato alle sei e trenta. Sette ore di battaglia, in cui ne sono stati abbattuti almeno otto. Sette ore da incubo, che hanno fatto scattare la massima allerta nel quartiere generale della Nato.

Non è stata una sorpresa. Da una settimana la tensione ha continuato a crescere, sulla frontiera ucraina e soprattutto su quella bielorussa. Ci sono stati diversi sconfinamenti e domenica un elicottero russo è penetrato in Estonia. Sono violazioni che il governo di Varsavia ha collegato alle esercitazioni Zapad 2025, la prova muscolare dell’asse Putin-Lukashenko che avrà il culmine oggi e domani con le simulazioni d’assalto di 30 mila soldati. Il premier Tusk martedì mattina ha messo in guardia: «Le manovre saranno condotte molto vicino alla nostra frontiera e sono molto aggressive. Stiamo anche fronteggiando un numero crescente di provocazioni».

Per questo martedì notte una coppia di F16 polacchi era di pattuglia nelle regioni orientali mentre un velivolo radar Saab 340 sorvegliava il cielo. Sono stati i primi a intervenire, mettendosi a copertura dei distretti vicini alla città ucraina di Leopoli, la più colpita dall’ondata di velivoli teleguidati russi. Ma si è compreso in fretta che la situazione era straordinaria e così il comando Nato ha fatto partire i rinforzi. Da una base nei dintorni di Poznam sono decollati due F-35 olandesi, impegnati nella missione di potenziamento della sicurezza aerea sul fronte orientale. Fondamentale il ruolo svolto dal Gulstream CAEW italiano, appartenente allo stesso dispositivo atlantico, che si è alzato alle 00.47 dalla pista estone di Amari, dove altri due F-35 dell’Aeronautica si sono preparati a prendere il volo entro tre minuti dall’ordine.

Il CAEW, che costa circa mezzo miliardo di euro, è lo strumento di sorveglianza più avanzato in servizio in Europa. Dispone di un complesso di apparati israeliani gestiti dall’intelligenza artificiale che garantiscono la “supremazia informativa”. Il radar a scansione permette di monitorare un raggio di circa 500 chilometri e può contemporaneamente focalizzare gli impulsi su un singolo obiettivo per studiarne i dettagli. L’Ai segnala ogni contatto sospetto ed elabora in meno di un secondo le informazioni, confrontandole con l’archivio nella sua memoria informatica. Esamina migliaia di tracce, approfondendo le emissioni elettromagnetiche che generano – come le comunicazioni radio – per identificarle nel dettaglio. Tutti questi dati vengono condivisi in tempo reale attraverso una rete satellitare con il vertice e della Nato e con i caccia. Per sei ore il Caew italiano è stato la regia di tutte le attività difensive: i suoi sistemi hanno fornito la valutazione dettagliata delle minacce e della loro posizione.

Abbattere i droni però richiede di avere la certezza di disintegrare l’ordigno, evitando che cadano rottami sopra le case. Almeno uno è stato centrato da un missile aria-aria lanciato da un F-16 in una zona agricola. Per fermare gli altri sono decollati pure gli elicotteri. I Mi24 Hind e Mi17 dell’epoca sovietica, dotati di mitragliere e missili, assieme ai Black Hawk con i cecchini delle forze speciali: sono lenti come i velivoli teleguidati russi e possono prendere la mira con precisione superiore.

Sono state mobilitate le batterie di Patriot che fanno scudo all’aeroporto di Rzeszów, l’hub degli aiuti per l’Ucraina. Fino alla scorsa estate erano missili americani, ora sono tedeschi: Trump ha ritirato i reparti che presidiavano la frontiera e nella sfida di ieri ci sono stati solo mezzi ed equipaggi europei. E forse l’obiettivo di Mosca era proprio questo.

I rottami sembrano appartenere ai Gerbera, una variante dei droni Shahed-Geran destinata a tenere impegnata la contraerea: in alcuni casi hanno un’ogiva esplosiva, in altri sono disarmati. Ma tutti raccolgono le informazioni sui radar attivati contro di loro e le trasmettono alle basi russe: una caratteristica che sembra indicare la volontà del Cremlino di mettere alla prova la difesa dell’Europa e capire cosa riesce a fare senza la copertura degli Stati Uniti.