Wanda Marasco risponde al telefono, sul treno che dalla stazione di Venezia la riporterà nella sua Napoli da vincitrice dell’edizione numero 63 del premio Campiello. Classe 1953, scrittrice, attrice, poeta, insegnante, ha vinto con , un libro ambientato nell’Ottocento che racconta, romanzandola, la storia vera del chirurgo eroe partenopeo Ferdinando Palasciano e di sua moglie Olga. Lui, ispiratore della futura Croce Rossa, accusato di tradimento per aver curato i soldati nemici durante i moti insurrezionali di Messina del 1848; lei nobildonna russa dall’infanzia difficile che dopo la morte del marito conduce una battaglia per essere seppellita vicino a lui nel quadrato degli Uomini illustri negato alle donne.
Una storia costruita su più piani temporali e su più registri, compreso una sorta di diario di Olga scritto in corsivo, che ha toccato le lettrici e i lettori per i temi universali che attraversa: il bene e il male, il concetto di salute mentale, l’oblio che spesso tocca a chi sceglie di stare dalla parte giusta della Storia. Ma soprattutto la pratica dell’amore come scelta di vita. Selezionata in cinquina da una giuria di letterati, infine votata da una giuria di lettrici e lettori, 282, che per tre voti (al secondo posto è arrivato Fabio Stassi con , Sellerio) l’hanno proclamata vincitrice, Marasco conquista il premio dopo avere sfiorato la cinquina dello Strega: quest’anno è stata tra i dodici finalisti.
Marasco, in finale al Campiello c’erano anche due saggi e una raccolta di racconti. Ma ha vinto lei. Abbiamo ancora bisogno di romanzi?
«Si parla sempre di morte del romanzo ma non è vero. Si evolve, abbraccia nuove forme, ma non muore. Perché è speranza. Ne abbiamo bisogno perché abbiamo amore e paura per la vita che viviamo, da quando ci siamo riuniti per la prima volta attorno a un fuoco con il terrore della prima notte che ci aspettava. Narrare è una necessità: l’altro siamo noi e questo gioco di specchi e di risonanze ripete le cose più belle dell’esistenza e in qualche modo anche gli inganni, i guasti».
Il titolo del suo romanzo, , rappresenta anche una postura rispetto ai tempi che viviamo oggi?
«Assolutamente sì. La postura di tanti uomini di pensiero, di saggi che sentono un’impotenza di fronte a questa perdita dell’umano e non riescono ancora a capire come si possa operare una rivolta, un cambiamento e si vedono costretti a una qualche forma di esilio che non è vigliaccheria. Mi auguro che le persone di buona volontà possano trovare un modo per collaborare insieme e per incidere di più su questi tempi davvero perversi».
Cosa possono fare gli intellettuali, gli scrittori, contro questi tempi che definisce perversi?
«Inseguire la verità, consapevoli che c’è relativismo anche nello sguardo se ci si impone di testimoniare la vita».
Nella storia di Ferdinando e Olga la malattia è una metafora? Lui e il suo tracollo nervoso, lei e la sua zoppia.
«La follia viene usata come un lucido sguardo che svela il guasto della storia. La zoppia allude alla claudicanza universale. Nel romanzo le due cose si fondono e mi sono sembrate una rappresentazione della nostra dimensione umana ma anche un modo per raccontare la mia personale cognizione del dolore e la mia personale tensione verso la ricerca di una forma di pace».
Com’è nato il romanzo?
«Durante la pandemia ho cominciato a lavorarci. E poi, quando il peggio era quasi passato, la storia è scivolata veloce perché la nostra riscoperta fragilità ha incontrato quella di Olga e Ferdinando».
Ferdinando paga la scelta etica di curare tutti sul campo di battaglia.
«Per questo mi ha ricordato subito Gino Strada: entrambi univano alla sapienza medica un praticato umanesimo quotidiano. Quello che ci servirebbe oggi anche in politica, in economia, quello che ci salverebbe. Di Palasciano e Strada ce ne sono tanti anche oggi ma non conosciamo ancora i loro nomi, spero che presto vengano fuori».
E Olga?
«È tante cose: è Antigone, Elettra e talvolta la follia di Medea. Sono le donne costrette a una dedizione assoluta. È l’eros e il lutto e rappresenta tutta la fragilità dell’eterno femmineo ma soprattutto l’amore come metodo di vita, come testimonianza».
Nel suo romanzo la Storia intreccia le piccole storie individuali.
«Sì e questo ci apre prospettive, ci svela verità».
Lei ha vinto il premio Montale: ha cominciato con la poesia?
«Per la verità con il teatro, che ho anche insegnato così come ho insegnato Lettere. Diciamo che le mie balbuzie poetiche, così le chiamo, hanno avuto il merito di farmi fare incontri straordinari: con Dario Bellezza, Mario Luzi, Patrizia Valduga, Antonella Anedda e tanti altri».
Come è arrivata alla prosa?
«Quando ero quasi alla pensione, perché prima come insegnante e madre era difficile trovare il tempo. Come dice Baudelaire l’ispirazione è stare dodici ore al tavolino. In pensione ho avuto finalmente la stanza tutta per me».
In dozzina allo Strega, infine vincitrice del Campiello. Cosa rappresentano i premi oggi?
«Un’occasione per garantire una maggiore esistenza ai libri e per favorire incontri».
Ci sono differenze tra Strega e Campiello?
«Sono esperienze che rifarei. In uno ci possono essere forze un po’ antagoniste, nell’altro l’enigma della giuria popolare, ma entrambi insegnano e danno tanto».
Ha letto gli altri libri in finale?
«Certo, per rispetto e curiosità. E li ho amati tutti: la prosa di Pareschi, l’impeto epico di Prunetti, il cammino di Belpoliti e il grande omaggio alla letteratura di Stassi».
Per il terzo anno consecutivo vince una donna: vuol dire qualcosa?
«Che le donne sono brave», ride. «Ma credo che la letteratura non abbia genere: a tavolino indossiamo il neutro».
La preoccupa l’Ia?
«Non me ne importa nulla».
Napoli è una delle protagoniste della sua storia.
«Napoli, come città in parte vera e in parte ricreata, come aberrazione e bellezza, come Sud del mondo. Ci sono altre città così ma sappiamo che in letteratura ha una tradizione: tutti abbiamo cercato di interpretarla in modo inedito».
