La crudeltà di una madre si può raccontare in tanti modi. Un padre complicato anche. Il tocco umoristico british fa dell’incomunicabilità in famiglia qualcosa su cui riflettere e ridere allo stesso tempo. L’impronta inconfondibile di Camilla Barnes, il suo stile leggero e coltissimo, è proprio questo: «Si può essere tristi e contemporaneamente divertenti». La scrittrice cinquantaseienne è al suo esordio romanzesco, nato sotto l’ala tutelare di uno zio speciale: Julian Barnes, fratello del padre, il filosofo Jonathan Barnes. (Einaudi) è una commedia con irresistibili punte acide che più inglese non si può. Lontanissima da ripiegamenti melodrammatici. Un matrimonio atipico, un aborto, la vecchiaia che incombe, avrebbero potuto diventare materia per una resa dei conti con il passato. Qui invece si sente il peso dei non detti in un gioco di mascheramenti che trasformano i problemi in vita: una miscela di lacrime e risate.
Questa impronta molto british le viene naturale?
«Con l’umorismo si possono dire tantissime cose, spesso in modo più efficace. Quando ho iniziato a scriverlo pensavo che sarebbe stato un romanzo solo divertente. E invece è anche molto malinconico».
È vero che è stato suo zio Julian Barnes a suggerirle di scriverlo?
«Sì, assolutamente. Zio Julian è stato di enorme incoraggiamento per me, così come la sua compagna Rachel Cugnoni, che lavora nell’editoria. Non solo mi hanno spronata a scrivere, ma sono stati i primi a leggere il libro una volta finito. Julian ha funzionato un po’ come cartina tornasole. Mi dicevo: prova, se lui dice che è spazzatura lo butti via e va bene così».
E come è andata?
«Quando ho finalmente ricevuto una sua mail in cui diceva “questo è molto buono”, ho esultato. Julian è sempre piuttosto misurato con le parole. La prima versione che gli ho dato da leggere era un dialogo pensato per un podcast. Il suo commento è stato: “credo che tu l’abbia messo nella scatola sbagliata, che debba cambiargli forma. Potrebbe diventare un racconto breve, un romanzo o qualcos’altro. Continua”. Ma per un anno l’ho lasciato nel cassetto».
Che cosa la bloccava?
«Non ho studiato lingue all’Università di Oxford. Non sono mai andata a un laboratorio di scrittura creativa. Ho passato la maggior parte del mio tempo a teatro, è lì che ho imparato a scrivere. In realtà tutto ha preso il volo quando Julian ha detto: sì, ci siamo. Non mi dava consigli precisi, mi spingeva a trovare la mia strada. Forse è per questo che il risultato è un romanzo dalla forma un po’ insolita, un mix di scrittura in prima e terza persona con piccole scene teatrali inserite qua e là».
Romanzo a parte, che rapporto avete lei e Julian Barnes?
«Entrambi amiamo lo sport e i cruciverba. Il nostro rapporto passa perlopiù per le parole crociate. È un modo molto inglese di comunicare. Permette di parlarci senza dirci niente direttamente. Noi inglesi siamo piuttosto ambigui, incapaci di dichiarare quello che pensiamo. Anche con mio padre facciamo insieme i cruciverba».
Lo stesso avviene nel romanzo. I personaggi parlano tra loro attraverso libri, citazioni, giochi.
«Protegge dal dover dire che cosa si pensa veramente l’uno dell’altro».
Suo padre è il filosofo Jonathan Barnes. La sua non è proprio una famiglia comune. Che infanzia ha avuto?
«Molto privilegiata. L’ho trascorsa con mio padre, che era fellow di filosofia al Balliol. Da piccola non sapevo che il resto del mondo non assomigliasse a Oxford. Credevo che fosse fatto di librerie. Oxford è un posto piuttosto curioso, pieno di persone molto spiritose. Spesso a cena venivano studenti o colleghi di mio padre, le conversazioni erano sempre brillanti. Mi divertivo».
Nel libro il padre filosofo è eccentrico e silenzioso.
«Ho inventato le situazioni, ma qualcosa in comune c’è. Anche i miei genitori avevano dei lama nel giardino e sono cresciuta in una casa piena di libri senza riscaldamento e quasi senza televisione. L’amore per lo sport è un altro aspetto in comune. In famiglia abbiamo sempre giocato a tennis. Per gli inglesi cervello e corpo vanno insieme».
Un altro modo per non parlare?
«Per stare nella relazione ma dentro regole date, certo. Il padre-personaggio, filosofo come quello reale, è un po’ asociale, forse lievemente autistico, e usa il tennis per organizzare la sua vita. Per lui è molto rassicurante concentrarsi solo su quello che avviene in campo: se una palla è dentro è dentro, se è fuori è fuori, c’è poco da filosofeggiare. E forse alla fine preferisce i suoi lama alle persone, perché sono più facili da gestire».
Ma che cosa si nasconde sotto queste reticenze? La sensazione è che il dolore inespresso prema ancora più forte e che l’umorismo dia l’illusione di mascherarlo.
«L’umorismo britannico è autentico, ma ci serve per ridere di argomenti troppo difficili da affrontare. Un po’ come nella serie di Ricky Gervais che racconta con grande umorismo di un uomo che ha perso la moglie».
La tragedia nel suo romanzo dov’è?
«È nella vecchiaia dei genitori, nel loro diventare ogni giorno più deboli, pur volendo mantenere il potere sulle figlie. È nella crudeltà della madre trincerata dentro un’armatura che sembra inscalfibile».
Perché ha scelto di vivere in Francia pur sembrando ancora così british?
«Volevo fuggire per cercare di essere me stessa. Parlare una lingua diversa, ricominciare da zero».
Fuggire da che cosa?
«Dall’ambiente molto intellettuale e snob da cui venivo, intrappolato in regole che si riflettono nella lingua. Il modo in cui parli inglese dice da dove vieni, cosa fanno i tuoi genitori e quanti soldi guadagni. Mi era stato insegnato che non si deve mai dire , bisogna dire . Non si deve neanche dire invece di . E io, che ero una bambina timida, non dicevo mai nulla, ero sempre preoccupata di sbagliare. Quando mi sono trasferita in Francia è stato fantastico: potevo finalmente dire qualunque cosa volessi. Il francese diventava la mia lingua-Monopoli: potevo spenderla come mi pareva».
Ha scoperto un nuovo umorismo?
«I francesi sono molto cartesiani, non pensano che qualcosa possa essere divertente e non divertente nello stesso tempo. Non amano l’idea di mescolare i due livelli. Il riadattamento della seriedi Phoebe Waller-Bridge ne è la prova. La versione francese è terribile».
Nel romanzo si parla molto del “Re Lear” e ci sono citazioni nascoste di Shakespeare.
«Shakespeare sa potenziare al massimo la natura ambigua del linguaggio, ma serve anche da scudo per non usare le proprie parole. Di nuovo un gioco di svelamento e nascondimento. È un’ennesima ellissi, un modo per evitare la verità».
IL LIBRO
di Camilla Barnes, Einaudi, traduzione Giovanna Scocchera,pagg. 256, euro 19
