ROMA – Di fronte al capo dello Stato, Giorgia Meloni oggi pomeriggio ribadirà che la linea del governo sull’Ucraina non cambia. Un messaggio che la premier consegnerà al Consiglio superiore di difesa, presieduto da Sergio Mattarella, al termine di una settimana tribolata per l’esecutivo, visto che la Lega di Matteo Salvini da giorni tambureggia sulle inchieste per corruzione a Kiev. Arrivando a minacciare (ma da 24 ore l’allarme è in parte rientrato) di non garantire il suo sì al decreto “cornice” che estenderà per tutto il 2026 gli aiuti militari alla resistenza di Volodymyr Zelensky.
All’ordine del giorno del summit al Quirinale non ci sono solo i rovesci del fronte, ma anche «le minacce ibride» con riferimento «alla dimensione cognitiva» e alle possibili «ripercussioni sulla sicurezza dell’Ue e dell’Italia». Droni sugli aeroporti, disinformazione che si propaga tramite l’utilizzo massiccio di spam, social e intelligenza artificiale. Ai nostri servizi sono anche arrivati in questi giorni due alert da Bruxelles che segnalano l’intensificazione di queste attività tramite Telegram, chatbot e influencer. Secondo fonti governative, il ministro della Difesa illustrerà un pacchetto di «riflessioni» sulla guerra ibrida di Mosca, indaffarata ad amplificare da ultimo il caso delle tangenti ucraine tra le opinioni pubbliche occidentali. Nelle comunicazioni di Crosetto, si parlerà dei rischi della disinformazione anche da parte di altri attori: Cina, Iran e Nord Corea. Finiranno in un documento che sarà spedito alle Camere: alcuni gruppi parlamentari sono già stati preallertati. Per Enrico Borghi, esponente di Iv al Copasir, «il fatto che la sia approfondita al massimo livello della nostra difesa è un fatto importante, un salto di qualità».
A Meloni tocca intanto fronteggiare le bizze di casa, le liti nella sua coalizione. Il Carroccio scalpita. Ieri Salvini continuava a chiedere «chiarezza» sulle vicende corruttive in Ucraina. «I soldi degli europei sono usati bene se difendono donne e bambini, diverso è se alimentano i conti all’estero degli amici di Zelensky». Il vicepremier però rassicura: «Abbiamo sempre sostenuto l’Ucraina, è fuori discussione». Sono altri leghisti, più bassi in grado, a provocare. Come il senatore Claudio Borghi, che ieri si chiedeva via tweet: «Ma se gli Usa attaccassero il Venezuela mandiamo 12 pacchetti di armi a Maduro?». Una sortita a cui ha risposto Crosetto. «No, puoi stare tranquillo Claudio, anche perché non hanno mai invaso una nazione per occuparne stabilmente il territorio con la scusa che alcuni parlassero inglese». Segue frecciata: «Post come i tuoi, fatti in Russia in dissenso da Putin, non sarebbero possibili mentre qui sono benvenuti anche quando dicono cose opposte», la replica del titolare della Difesa. Che segnala di pensarla «diversamente su tutto» rispetto all’alleato di maggioranza. Eccetto Crosetto, nessuno di FdI replica alle uscite leghiste. Non è casuale: è un ordine di scuderia del partito. Che fa il paio con FI. Limitare al minimo le risposte, derubricando la posizione del Carroccio a mera tattica «da campagna elettorale». Non la pensa così l’opposizione. Ieri i riformisti del Pd, da Filippo Sensi a Lia Quartapelle, hanno chiesto un nuovo voto in Aula sul sostegno a Kiev. Proposta condivisa da +Europa. In attesa che il Copasir vagli in settimana il 12esimo pacchetto di aiuti, ormai pronto, il presidente dell’organismo, il dem Lorenzo Guerini, ricorda che le parole di Mattarella a Berlino «richiamano tutti a non arretrare nel sostenere gli aggrediti, a partire dall’Ucraina che sta eroicamente resistendo alla guerra di Putin».
