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Prendere le distanze o no? Così l’alleato Trump mette in difficoltà Meloni e il governo

Un anno fa, in tutta Europa non c’era un solo capo di governo più soddisfatto di Giorgia Meloni dell’inaugurazione della nuova amministrazione Trump negli Stati Uniti. Fin da subito, la presidente del Consiglio si è posta come interlocutrice privilegiata del leader Usa in Europa, mentre il presidente statunitense ha ricambiato più volte evidenziando le affinità con la Premier.

Un anno dopo, il mondo è cambiato ancora una volta a una velocità inattesa. E quella relazione, da asset politico e strategico per il governo italiano, si è rapidamente trasformata in un motivo di imbarazzo. Parliamoci chiaro: il consenso di Trump nei paesi europei è sempre stato basso. Negli ultimi tempi, tuttavia, il suo livello reputazionale è ulteriormente sceso. In parte per una precisa scelta strategica: l’Europa è un nemico funzionale alla narrazione polarizzante su cui Trump ha sempre fondato la propria comunicazione, caratterizzata da un posizionamento di contrapposizione, di volta in volta rivolto ad avversari diversi, scelti da lui. In parte, per le violenze difficilmente giustificabili a cui abbiamo assistito nelle ultime settimane, che hanno fatto il giro del mondo.

Secondo un sondaggio OnlyNumbers pubblicato su , il 73% degli intervistati considera il mondo meno sicuro con Trump al potere, mentre il 58.7% ritiene che la premier dovrebbe prendere le distanze dall’esecutivo Usa. Pochi mesi fa, dati Youtrend assegnavano a Trump un impietoso 14% di fiducia tra gli italiani; la scorsa settimana, sempre per un sondaggio Youtrend, il 50% bocciava pienamente l’intervento americano in Venezuela. Non sono semplici dati negativi, sono dati nocivi per gli alleati di Trump.

Giorgia Meloni, da politica accorta, ha già abbandonato la retorica dell’asse privilegiato con gli Stati Uniti trumpiani. Tuttavia, la relazione con il presidente della prima potenza mondiale rimane per lei un elemento che le conferisce forza e autorevolezza sui palcoscenici internazionali, motivo per cui difficilmente potrà prendere le distanze in modo netto da Trump. Eppure, il rapporto con gli Stati Uniti è diventato per la presidente del Consiglio un nervo scoperto, che la espone ad attacchi difficilmente eludibili.

Ma possono le alleanze geopolitiche erodere davvero i consensi all’esecutivo? Non è semplice, la politica estera è da sempre un driver di consenso poco efficace. Tuttavia, non si può non notare come oggi gli scenari internazionali siano tornati centrali nell’opinione pubblica come non lo erano da decenni. Soprattutto, però, a mettere in difficoltà Meloni e il governo è l’escalation americana a cui abbiamo assistito nelle ultime settimane. Non siamo più nell’ambito della sola “politica estera”, gli sviluppi recenti sono entrati nella sfera valoriale degli italiani, così come accaduto lo scorso anno con Gaza e la crisi mediorientale. Le vicende israelopalestinesi non hanno modificato i rapporti di forza tra maggioranza e opposizione, ma hanno mobilitato segmenti di popolazione sempre più distanti dalle istituzioni, proprio perché hanno oltrepassato la dimensione strettamente politica, toccando corde intime, valoriali. Lo stesso può accadere in reazione agli eccessi trumpiani, in un’Italia che, pur non essendo un Paese progressista, resta sensibile ai temi dei diritti, delle libertà, della pace. È difficile che tutto questo si traduca in spostamenti di voto, ma può contribuire ad aggiungere imbarazzo a un governo già impopolare.