«La piccola, cresce sana e cattiva. Morde chiunque e mangia le arance con la buccia». Quando Miriam, in una lettera alla madre, descrive questa selvaggia si riferisce a me, all’epoca avevo tre anni. Peccato aver scoperto solo ora questa “perla”: quante risate ci saremmo fatte ripensandola insieme. Già mi vedo, di fronte a lei, a chiacchierare e a ridere, magari parlando male di qualcuno. Negli ultimi anni lo facevamo spesso, onorando così il patto che lei propose a me bambina: «Appena sarai grande io e te andremo a spasso a prendere in giro la gente».
Finito il lavoro, m’inerpicavo in auto sulla salita del Gianicolo, la stessa che lei percorreva da ragazzina insieme al padre pittore. Nel punto più adatto Mafai tirava fuori il cavalletto, la tavolozza dei colori e Miriam, che ancora portava le trecce, lo osservava in silenzio. Non credo che sia stato il caso a riportarla da quelle parti quando scelse la prima casa a Roma. Dunque, tra me e lei, c’era una bella complicità. Ma non ci siamo arrivate subito: come in ogni rapporto madre-figlia ci sono stati anche conflitto, incomprensione, lontananza. Lei era geniale, e io no. Lei era intelligentissima e io no. Lei sapeva sempre ciò che voleva, e io no. Lei amava la politica e io no. Lei sapeva sempre che il ragazzo di cui mi ero invaghita, compreso il mio futuro marito, non andava bene (e così smisi di presentarglieli). Questo era il mio nebuloso ma potente “percepito” di ragazza. E mi fu del tutto chiaro quando vidi al cinema di Ingmar Bergman: Charlotte, la madre, grande pianista, è Ingrid Bergman, e sua figlia Eva è Liv Ullmann. Una madre sicura, che ha scelto una vita pubblica e una figlia goffa, incerta. Una differenza che emerge spietata quando Eva, per compiacere la madre, si mette al pianoforte e accenna un preludio di Chopin. La madre le fa qualche osservazione e poi si mette al piano regalando una magistrale esecuzione del brano. Sono passati quasi cinquant’anni dal film (che non ho mai più rivisto) e ancora ricordo quella scena che fu per me una rivelazione. Fu in quella sala buia che smisi per sempre di essere Eva.
La prima volta invece che smisi di essere solo “figlia”, scoprendo la “persona” Miriam, fu quando mi imbattei nel mistero della sua vita: nulla sapevo del suo primo matrimonio celebrato in Sinagoga a Roma nel ’47. Lui si chiamava Ugo Nacson, ebreo, comunista, arrivato in Italia dall’Egitto forse al seguito dell’esercito inglese. È il dramma con cui Annalisa Cuzzocrea apre il suo . Nozze brevi, in cui Miriam, a soli 22 anni già mostra l’insofferenza che sempre l’accompagnò per quelle che chiamava “smancerie”. Mezzo secolo dopo confida alla nuora: «Figurati che voleva dormire tenendomi la mano…». Neanche un anno dopo le nozze Ugo si suicida. Ma vuole che la sua morte faccia rumore: lascia una serie di biglietti di addio pieni di rancore. So pochissimo di questa storia che mia madre ha tenuto segreta fino a quando io e mio fratello non abbiamo cominciato a fare qualche domanda. Chi era quell’Ugo che firmava i frontespizi dei libri dalla copertina azzurra conservati negli scaffali di casa? E di chi era quella pistola in fondo a un cassetto? Davvero un cimelio della Resistenza o era quella con cui Ugo si sparò? Non lo sapemmo mai.
Il rapporto di Miriam con la verità fu sempre segnato da una certa disinvoltura. Le scocciava dover spiegare, soffermarsi su dubbi, incertezze, esitazioni. «Non fatemi perdere tempo» era una delle frasi preferite. Proverbiali, a questo proposito, i suoi scatti di nervi. Per educarmi a diventare ordinata una volta entrò nella mia stanza di adolescente stracolma di vestiti accumulati su una poltrona. Senza dire una parola li scaraventò dalla finestra. Il platano sotto casa grondò per mesi e mesi di pantaloni e camicie che invano il caritatevole portiere cercò di recuperare. Certo, la scorza era dura, ma fu tenera e generosa. Tenerissima con i nipoti e pronipoti, generosa con le giovani giornaliste e con le giovani donne in genere. Non nascondo che tra alcune di loro ci fosse una certa invidia nei miei confronti, convinte forse che io non meritassi il privilegio di una tale madre. Ignoravano il peso emotivo che i suoi sbalzi di umore mi causavano.
Credo che anche nel suo amore per Parigi ci fosse della tenerezza. I ricordi dei romanzi letti da ragazza, ma anche dell’infelice avventura parigina dei suoi genitori, che arrivati lì nel 1930 in cerca di fortuna si ritrovarono a condurre una vita miserabile. Ora, invece, lei arrivava a Parigi ben determinata ad avere miglior sorte. In quel 1956 eravamo tutti e quattro a Parigi: i miei genitori, Miriam e Umberto, io e mio fratello Luciano. Ma già l’anno dopo venni affidata a una zia a Terni. Ci rimasi un anno e qualcosa: mia madre tornava ogni tanto, più che altro per assicurarsi che prendessi lo yogurt tutte le mattine, secondo un bizzarro principio alimentare da lei inventato. Cominciai a mangiarmi le unghie e diventai una fervente cattolica, sopportando, al rientro in Italia dei miei, gli sfottò della famiglia e dei tanti amici intellettuali.
Parigi non svanì mai dal suo orizzonte: la piccola casa che acquistò nel quartiere ebraico fu lo sfondo di anni felicissimi. La raggiungevo appena possibile, condividendo con lei lunghe passeggiate, incursioni nei mercatini e l’indimenticabile cous cous di Omar, piccola bottega di Rue de Bretagne. Ogni 14 luglio, anniversario della presa della Bastiglia, si ritrovava con lei a Parigi un nutrito gruppo di ilari “giovanotti” tra i 60 e i 70 che andavano a bere e a ballare per la festa. Era piena di vita, incline a vedere sempre il bicchiere mezzo pieno. Oggi non so se riuscirebbe in questa impresa. Del resto una volta mi disse: «Sai Saretta, qual è il mio maggior pregio? L’ottimismo!». E io le chiesi: «E il tuo maggior difetto?». «L’ottimismo!».
