NEW YORK – Tra gli oltre tre milioni di file su Jeffrey Epstein, il nome di Vladimir Putin è citato 1.056 volte. Mosca 9.629. Il presunto collegamento tra il finanziere pedofilo morto in carcere nel 2019 e il presidente russo è tutto da dimostrare, ma gli investigatori americani ammettono che un numero così abnorme di citazioni in una storia che con il Cremlino non c’entra appare strana. Secondo gli 007, Epstein potrebbe essere finito nella rete di spionaggio a causa dei suoi legami d’affari con Robert Maxwell, ex asset di Mosca negli anni ’70 e padre di Ghislaine, complice di Epstein condannata a vent’anni di carcere.
Secondo il Daily Mail, Epstein avrebbe gestito la «più grande operazione al mondo basata su kompromat sessuale» per conto dei servizi segreti russi, reclutando donne, anche dalla Russia, per la sua rete di figure influenti. In una lettera datata 11 settembre 2011, una persona non identificata discute di un incontro con Putin durante un imminente viaggio a Mosca. In una email del 2014, l’imprenditore giapponese Joey Ito rivela a Epstein che un miliardario americano – Reid Hoffman, cofondatore di Linkedin – si sarebbe potuto unire a loro per incontrare il capo del Cremlino. Ma in un’altra corrispondenza, il 17 luglio 2014, quando le forze russe avevano abbattuto il volo Malaysia Arilines MH17 sopra l’Ucraina, causando la morte di 298 persone, Ito aveva scritto: «Adesso, dopo il disastro aereo, è una cattiva idea». Tre giorni dopo, il giapponese aveva avvertito il finanziere: «Non sono stato in grado di convincere Reid a cambiare il suo programma per incontrare Putin con te». Il 15 maggio 2013 Epstein si era mandato una email dal titolo “Prepara le carte Putin”. Il giorno dopo aveva fatto lo stesso. A quali carte si riferisse, non è chiaro.
Epstein, però, giocava su più tavoli e puntava ad allargare la sua rete internazionale di conoscenze: tra il 2003 e il 2004 inviò 75 mila dollari su conti collegati a Lord Peter Mandelson, ex ambasciatore britannico a Washington, e nel 2016 aveva chiesto all’ex premier laburista norvegese Thorbjorn Jagland se avesse visto Putin: «Sono stato impegnato tutto il giorno – gli aveva risposto – ho appena finito l’incontro con il presidente Abbas. Putin a dicembre. Ulteriori dettagli con Lavrov (il ministro degli Esteri, ndr) domani. Purtroppo stasera sono occupato».
Epstein aveva sostenuto di poter fornire al Cremlino notizie imbarazzanti su Donald Trump, in vista del vertice di Helsinki tra i due leader nel 2018. La commistione con intelligence straniere e la possibilità di ricattare non erano situazioni sconosciute a Epstein. Del padre della sua complice, Robert Maxwell, in una email del 15 marzo 2018, il cui destinatario è stato oscurato, aveva rivelato le minacce agli 007 israeliani: «Disse al Mossad che se non gli avessero dato 400 milioni di sterline per salvare il suo impero, avrebbe rivelato quello che avevano fatto».
«A quel tempo – scrisse Epstein – aveva accesso a Downing Street di Margaret Thatcher, alla Casa Bianca con Ronald Reagan e al Cremlino. Maxwell passò tutti i segreti al Mossad a Tel Aviv. In cambio, tollerarono i suoi eccessi, le vanità e l’insaziabile appetito per uno stile di vita lussurioso e le donne». Descrizione che combacia con quella dello stesso Epstein. Sesso, spionaggio e ricatti. Un anno dopo quella email, nel luglio 2019, dopo essere stato arrestato e rinchiuso nel carcere di New York, i suoi legali dissero all’Fbi che Epstein era disposto a collaborare. Tre settimane dopo, venne trovato morto in cella. Ufficialmente, per suicidio.
