A quarant’anni dalla pubblicazione dell’album 17 Re, disco che ha segnato una svolta epocale nel rock italiano (anche se la critica lo accolse piuttosto freddamente, “ma siamo ancora qui a parlarne”), il 17 aprile viene pubblicato il brano che dà il nome al disco, escluso perché in quel momento non ritenuto in linea con il resto dell’album e rimasto nel cassetto per tutti questi anni. “Ma non è un’operazione nostalgica – avverte Pierò Pelù -. Lo testimonia la canzone che nasce dalle ceneri dell’antico brano escluso dall’album. Sono rimaste le melodie, parti di testo, l’armonia abbastanza intatta, ma in realtà è cambiato tutto: ritmo, bit, groove e spirito”.
L’idea della pubblicazione ha preso forma con i festeggiamenti per i quarant’anni del disco, uscito nel 1986 in occasione dei quali la band tornerà dal vivo a partire dal 27 giugno e per 20 date nella formazione originale ((Piero Pelù, Ghigo Renzulli, Antonio Aiazzi, Gianni Maroccolo), come non succedeva dal 2014.
Parlando del brano, Piero Pelù ha sottolineato come “sia ancora incredibilmente attuale, scartato all’epoca esce ora attualizzato per raccontare quello che viviamo, ovvero un periodo storico incredibilmente concentrato sugli abusi del potere da parte di una tecnocrazia assassina, vedi Netanyahu, Trump, Putin, gli ayatollah, la Corea del Nord, il disastro del Sudan e tutte le altre guerre. Abbiamo scoperto che anche la Tailandia sta bombardando la Cambogia. È un periodo in cui i prepotenti stanno cercando di fare piazza pulita. Come artisti contiamo zero, ma la voce ce l’abbiamo e il coraggio di schierarci dalla parte delle vittime, pure. Anche di quei pochi israeliani che si schierano per la pace, perché la critica è quell’area filonazista di questo sionismo distorto, non verso gli ebrei in generale. Netanyahu è considerato un criminale di guerra, e finalmente e tardivamente è arrivata una presa di posizione del nostro governo”. Pelù e i Litfiba, del resto, fin dai loro esordi hanno avuto a cuore temi politici: il primo ep dell”82 si intitolava Guerra. Pelù, poi, con Jovanotti e Ligabue fu protagonista di quello che può essere considerato un brano leggendario come Il mio nome è mai più, uscito nel 1999 contro le guerre. “È una canzone meravigliosa, che ha fatto epoca e che io continuo a suonare. Ma in questo momento è utopico pensare che possa rinascere un brano con quella eco.
Forse oggi c’è anche più paura a schierersi”.
Già tredici anni fa avevano provato a rimettere mano a 17 Re, ma senza successo. “Era rimasta nel cassetto anche allora perché non ci convinceva il risultato. Ora evidentemente era il momento magico per farla maturare e poterla presentare, con un afflato tutt’altro che nostalgico. Siamo artisti e stiamo dietro alle emozioni che ci prendono”.
Prima del tour “Quarant’anni di 17 Re”, i Litfiba saranno anche sul palco del Concertone del Primo Maggio: “vedrete, vedrete. Suoneremo a Telemeloni, ma diremo la nostra, Nel cuore della serata”. Il ritrovarsi insieme dopo 12 anni non ha cambiato nulla: “Siamo molti contenti – dicono all’unisono i quattro musicisti, che nel tempo hanno anche intrapreso carriere soliste -. Ne abbiamo vissute talemnte tante insieme… Abbiamo riso, abbiamo litigato e anche oggi continuiamo a litigare, Ma da ogni discussione, anche quando pensi di avere la verità in mano, arriva qualche punto di vista differente che ti aggiunge qualcosa”. Su quel che sarà dei Litfiba dopo il tour nessuno lo può prevedere: “Noi non viviamo alla giornata, viviamo all’ora.
Non sappiamo neppure come arriveremo alla fine di questo incontro”, scherza Pelù che poi aggiunge: “Intanto siamo qui a presentare un singolo che è stato chiuso in un cassetto per 40 anni ed è ancora così attuale. Quale band mondiale si può vantare di una cosa del genere? E tirarlo fuori in un momento in cui un coglione con il parrucchino arancione sta facendo i disastri nell’economia e nella società mondiale, e un delinquente nipote della Shoah sta perpetrando gli stessi orrori sul popolo palestinese e ora su quello libanese nell’indifferenza generale”.
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