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Addio a Franco Vaccari, il fotografo che inventò il selfie alla Biennale di Venezia

La mattina in cui avvistò l’era del selfie egocentrico con quarant’anni d’anticipo, Franco Vaccari, genio ironico e teorico appartato del fotografico che ieri, a 89 anni di età, ha abbandonato la sua Modena e il mondo, era un po’ teso. In una sala tutta dedicata a lui della Biennale di Venezia 1972 aveva fatto montare una cabina per fototessere. All’apertura, aveva inserito le monetine, si era lascito fare dalla macchina automatica quella striscetta verticale di quattro ritrattini in bianco e nero, poi l’aveva incollata al muro, perfettamente bianco e vuoto eccetto la scritta nera “Lascia su questa parete una traccia del tuo passaggio”. Avrebbero capito il gioco? E se nessuno lo avesse seguito? Tempo un paio d’ore il muro era pieno di facce, tanto da doverle smontarle periodicamente per fare posto alle altre. L’ansia, ora, era quella dei carabinieri che scrutavano ogni immagine per paura di autoritratti pornografici.

Vaccari ha sempre conservato in una grande scatola quella messe di facce, di gente comune ma anche di grandi colleghi artisti, quel raccolto di seimila espressioni performative che anticipò l’era della fotografia egotica, l’era del retrovisore narcisistico.In realtà era già la sua quarta “Esposizione in tempo reale”.

Della fotografia, Vaccari aveva capito molte cose in più, e prima, di tanti colleghi fotografi. Per esempio, che mentre loro credono di fare una fotografia, è la fotocamera che la fa per loro. Che i dispositivi sanno produrre immagini anche senza di noi. Lo chiamò inconscio tecnologico nel titolo di un libro profetico e magistrale che anticipò senza saperlo l’avvento dei computer pittori dell’intelligenza artificiale.

In realtà era un professore di fisica, di liceo, e questa matrice razionale e sperimentale gli diede una grossa mano nella vocazione creativa, e speculativa. Vaccari è stato un fotografo che ha teorizzato continuamente quanto faceva, e ha fatto quel che teorizzava. In quel suo libro capitale, dal titolo ormai passato nel frasario corrente della critica fotografica (spesso senza essere compreso), riprese, estese e ribaltò il concetto benjaminiano di “inconscio ottico”, trasferendolo dai processi percettivi dell’occhio umano a quelli meccanici della fotocamera a cui il nostro sapere ha delegato lo sguardo sul mondo.

Già in quel 1979 ancora del tutto analogico (e mentre, a sua insaputa, un altro eccentrico filosofo dell’immagine, Vilém Flusser, diceva cose molto simili) aveva capito che lo macchina fotografica non è un utensile ma un apparato programmato, capace di una inquietante autonomia creativa: un martello da solo non pianta chiodi, una fotocamera invece sa “strutturare l’immagine” anche se il bottone di scatto lo preme un orango. Molti suoi colleghi storsero il naso, e lo fanno tuttora, di fronte a questa lesa maestà autoriale.

Lui se ne infischiava assai, e metteva in pratica quella singolare partnership con l’apparecchio: capitato nel 1970 al festival rock dell’Isola di Wight, sovrastato dalla enorme quantità di fotografie possibili, scelse per la prima volta di lasciar fare a lei, la fotocamera, le chiese di “farmi vedere ciò che non sapevo”. Ovvero, decise di aggirarsi a caso fra la colorata folla hippie, fermandosi ogni dieci passi e facendo uno scatto alla sua destra e uno alla sua sinistra. È un reportage fantastico.Era un figlio del ’68: aveva scelto di passare dalle certezze della scienza ai dubbi dell’arte quando si era accorto che “tutto quello che sapevamo era diventato sospetto”.

Abbandonati gli esordi neorealisti delle sue prime esplorazioni a Modena e dintorni, per allergia ai concorsi fotoamatoriali e alle “gite a Scanno” sulle orme di Cartier-Bresson, era diventato presto uno sperimentatore della fotocamera come macchina radiografica del subconscio sociale. Era poi diventato anche un allevatore di fotografi: il concittadino Luigi Ghirri ebbe la sua precoce benedizione.

Era capace di ironie feroci ma anche di commoventi slanci poetici: il suo video , uno slow motion in bianco e nero di randagi impauriti, è struggente. Ironia e malinconia, checché ne pensasse lui stesso, integramente fedele al principio surrealista dell’eclisse dell’autore, erano le cifre del suo linguaggio visuale. Ironico demolitore di “sovracodificazioni isteriche” della critica e del sistema dell’arte, ribaltatore dadaista di convenzioni (il code bar, codice a barre, lo fece diventare Bar Code, con barista in carne ed ossa, tavolini e caffè fumanti), influenzato in fotografia da William Klein, ispirato in arte da (e studioso di) Marcel Duchamp, con inserti di Kracauer e Baudrillard, Vaccari non ha mai cessato di sfidare alcune autorità indiscusse: l’automatismo dello sguardo, il dogma della visione “naturale”, miti sottilmente autoritari della società dello spettacolo. Forse il nostro più grande demolitore di certezze visuali, inascoltato ammonitore della civiltà delle immagini.

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da Author
«La piccola, cresce sana e cattiva. Morde chiunque e mangia le arance…