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Atlantide siamo noi, il tuffo di McEwan in un futuro oscuro

Se Ian McEwan si fosse iscritto al dibattito su come verrà ricordato il secolo che stiamo vivendo avrebbe avuto una risposta secca: sarà dimenticato. Per scelta delle future generazioni, per disprezzo nei nostri confronti. Perché avremo provocato catastrofi annunciate, perché saremo stati egoisti, vanesi e stupidi, al punto che alcuni di noi, benché razzisti, andavano regolarmente al mare per scurirsi la pelle, anche dopo essere stati avvisati dei pericoli per la salute. C’è una scena chiave nel suo ultimo romanzo dal titolo , in uscita per Einaudi: una coppia di professori universitari, nel XXII secolo, organizza un seminario sulla letteratura di cent’anni prima e la presenta con entusiasmo. A uno a uno gli studenti si alzano e se ne vanno, alla maniera del famoso sciopero degli orchestrali che spense la musica come un dimmer, finché l’ultimo proclama che la sua generazione non ne vuole più sapere niente di noi, responsabili della grande inondazione e di altri disastri.

Ian McEwan ha fatto un volo nel futuro, l’ha chiamato “fantascienza senza scienza”. La sua non è una profezia, non ha basi se non quelle dell’intuizione del libero intellettuale (“egli sa”). È un monito, piuttosto: leggete e temete, potrebbe andare così. Si scioglieranno i ghiacciai, ci saranno guerre scatenate dalla sete, la Russia lancerà un’atomica verso gli Stati Uniti che cadrà (per errore o per calcolo) nell’oceano, alzando il livello delle acque, sommergendo mezza America e mezza Europa, riducendo la prima a una terra governata da fazioni comandate da signori della guerra e la seconda a un arcipelago in cui generazioni di sopravvissuti cercano di rintracciare civiltà perdute. Atlantide siamo noi. E la superpotenza sarà la Nigeria.

L’espediente narrativo è raffinato. Un ricercatore, un umanista, in futuro considerato quasi facente parte di una setta, tenta di ricostruire un ricevimento di cent’anni prima a casa di un famoso poeta, passato alla storia come “la seconda cena immortale”. La prima avvenne il 28 dicembre 1871 a Londra, a casa del pittore Benjamin Robert Haydon, presenti tra gli altri John Keats e William Wordsworth. Per lo stile di vita e il livello della conversazione quell’occasione venne retrospettivamente considerata lo specchio di un’epoca. Anche quest’altra lo sarà, alla sua maniera. Gli invitati arrivano alla spicciolata: sono coppie con carichi di tradimenti, noia, segreti. Tutti aspettano il momento chiave, la lettura di un poema dedicato dall’ospite alla moglie. McEwan rivela, tramite il suo protagonista, la sua ammirazione per la poesia, forma letteraria più a contatto con il cuore degli uomini, più sincera. Come può un costruttore di trame amarne la sregolatezza? Infatti quella sera verrà letta una sorta di sfida per enigmisti, una “corona” composta da 15 sonetti, i primi 14 a staffetta: l’ultima riga di ciascuno è la prima del seguente e il quindicesimo non è che l’insieme delle righe ripetute, il tutto avente senso.

Di quella prova d’artista, divenuta leggendaria, si è perduta ogni traccia. Il ricercatore l’insegue come un Santo Graal della nostra epoca, un oggetto di tale bellezza da poterne riscattare le brutture. Per tutta la lettura del romanzo ci si chiede se McEwan ce la mostrerà, se avrà davvero realizzato, per suo e nostro divertimento, quel gioiellino (o rompicapo) letterario. Non accadrà. Quel che è perduto è perduto, quel che è fatto è fatto. Ma noi che cosa possiamo sapere di ciò che è stato? Meglio ancora: che cosa potranno sapere i posteri di noi? Nel 2100 di McEwan al passato è stata tolta la privacy. Il ricercatore può trovare il testo di tutte le e-mail spedite, di ogni messaggio, ricostruire ogni spostamento, ogni gesto o scelta tracciati da un dispositivo elettronico. Si potrà sapere tutto. E tuttavia, niente.

Le vite dei partecipanti a quella cena nascondevano segreti, la relazione principale era costruita su uno di questi, ma non è stato registrato da alcun sistema di controllo. Affiorerà grazie a uno scritto, l’ultima forma di riservatezza, l’unica fonte di verità. Una rete di monitoraggio, l’ingerenza dell’intelligenza artificiale, occhi e orecchie ovunque, la conservazione in eterno di ogni dettaglio, ma il nocciolo delle cose, il seme che le ha prodotte, è custodito nello scrigno più antico da quando esiste la scrittura: un diario, l’oggetto destinato a contenere quel che gli altri non possono sapere.

Il romanzo di McEwan è diviso in due parti: la prima è ambientata nel futuro, la seconda nel nostro presente, guardato con il binocolo rovesciato. La prima è universale, benché utilizzi l’evento ricostruito come sineddoche; la seconda è particolare: racconta quel che accadde veramente ai protagonisti di quella cena, esplora temi come l’amore, la malattia, la capacità umana di sopportare, il tradimento, la perfidia. La prima è più interessante, spiazzante, con doppi fondi e significati. L’arte con un messaggio è da sempre una trappola, bordeggia il didascalismo, la pedanteria e il rischio di essere di parte. Forse per questo a metà dell’opera McEwan si ritrae e ci racconta una storia. Se però la scarti, trovi anche in questa un messaggio. Quella cena era davvero lo spirito del tempo e ricostruendola con freddezza si sfugge alla nostalgia, perfino alla compassione per il come eravamo (per come siamo).

È una prova d’autore, ambiziosa più delle ultime, collegabile a (2010) il suo romanzo di ma decisa a spingersi oltre per dirci che ci aspetta un nuovo diluvio e sull’arca non saliranno gli innocenti, ma gli ignavi. Non sapremo se non leggeremo: c’è un canone nascosto, c’è una prova di colpevolezza che né il dna né le celle telefoniche possono svelare. Occorre uno scritto. McEwan ha provato a darcelo.

Il libro

di Ian McEwan (Einaudi, trad. di Susanna Basso, pagg. 376, euro 21). Dal 4 novembre

L’autore presenta il suo nuovo romanzo il 16 novembre a Modena, Forum Monzani (ore 17.30) in dialogo con Vincenzo Latronico; il 17 a Mantova, teatro Bibiena (ore 21) con Gaia Manzini, evento in collaborazione con Festivaletteratura; il 19 a Torino al Circolo dei lettori (ore 21) con Telmo Pievani

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da Author
«La piccola, cresce sana e cattiva. Morde chiunque e mangia le arance…