«Un turbine, un terremoto. Di più: una vertigine. Per come tutto ciò è lontano dalla mia quotidianità». Bibbiana Cau prova a dare un nome al successo che ha stravolto la sua vita negli ultimi due mesi. Da quando alla fine di maggio il suo romanzo d’esordio, , appena uscito si è piazzato subito nella top ten dei libri più letti e da lì, nove settimane e otto ristampe dopo, ancora non si è mosso.
Dopo una lunga carriera da ostetrica e una tesi in Storia sociale, durante la quale è venuta in contatto con molti dei materiali alla base del romanzo, ha deciso di raccontare un mondo che conosce molto bene. Ci parla dalla stanza in cui scrive («si vede dal caos che mi circonda», ride), in casa sua, nel piccolo paese in cui vive (non dice il nome, «non l’ho ancora mai detto»), al centro della Sardegna, tra la provincia di Oristano e quella di Nuoro, «nelle terre dove Gramsci è cresciuto e dove ancora si respira la sua eredità».
Il suo romanzo invece è ambientato a Norolani, un luogo che nella realtà non esiste, «è l’anagramma di tanti paesi: mi serviva un posto vicino al mare, dove si potessero trovare erbe, essenze particolari che usano come medicamenti i miei personaggi», dice. «E poi il mare è importante per la nostra isola e per storie come questa. Per i profumi, gli odori, i colori che regala. Ma non volevo creare un paesaggio da cartolina, avevo bisogno del vento, di quella ferocia con cui soffia su questa terra e che è parte di essa: un posto così, che io colloco in provincia di Oristano, poco più a nord del paese di Michela Murgia, a sole due ore di distanza».
A proposito di Murgia, di cui ora ricorre il secondo anniversario della morte, il suo romanzo è stato accostato ad “Accabadora”: due storie che si somigliano al contrario, due donne sarde che aiutano una a nascere, l’altra a morire, portatrici di un sapere antico legato più all’esperienza che allo studio. Si considera una sua erede?
«Erede mi sembra troppo, non mi accosterei mai a un mostro sacro come Michela Murgia, che per altro ho conosciuto e proviene da una zona vicino alla mia, anzi spesso vado nei suoi luoghi e guardo quel mare che ha visto lei per lasciarmi ispirare. Nella Sardegna che io e lei descriviamo, e questo sì ci accomuna, non c’è nulla di quelle immagini da cartolina con cui troppo spesso la nostra regione si vuole far conoscere. La nostra è una terra antica, ancestrale, che fatica a lasciare andare la sua natura più arcaica in nome della modernità. Il progresso, per me e anche per lei, per quel che l’ho conosciuta nei suoi scritti e nelle sue parole, deve far vivere meglio. Se continua ad aumentare il divario tra le persone, progresso non è. E lo dico in modo chiaro quando metto a confronto la cura tradizionale offerta da persone come Mallena, che possiedono un sapere antico anche se analfabete, e la medicina scientifica che prescrive farmaci di cui si può avvalere solo chi ha i soldi».
Diceva che ha conosciuto Murgia. In che occasione?
«Sono stata a tante presentazioni, l’ho seguita a eventi e festival qui in Sardegna. Ammiravo la prontezza, la lucidità di pensiero, il modo schietto con cui esponeva le sue tesi, doti così rare e che davano fastidio. Come fanno ancora paura oggi le donne intelligenti, indomite, che diventano come nel suo caso oggetto di critiche ingiuste».
Indomita è anche la sua Mallena: come nasce questo personaggio?
«In lei non c’è una, ma tante donne che per decenni hanno fatto le levatrici senza che il loro lavoro venisse pagato né tantomeno riconosciuto. Per esempio, due sorelle che lo hanno fatto per 50 anni senza ricevere nulla!».
Il successo del suo esordio ricorda quello, esattamente un anno fa, di Milena Palminteri, che con “Come l’arancio amaro”, scritto in età non più giovane e proveniente anche lei da un altro campo (lavorava negli archivi notarili) è diventata il caso editoriale dell’estate scorsa.
«Senz’altro affinità ci sono, anche perché oltre a essere due donne mature, entrambe abbiamo scritto di ciò che in qualche modo è stato il nostro lavoro. Perché io morirò ostetrica (). Forse anche lei sentiva l’esigenza di portare a termine qualcosa di inconcluso nella sua vita precedente».
Entrambi i romanzi partono da documenti d’archivio: come è riuscita a trasformali in narrativa?
«Facendo ricerche di archivio mi sono imbattuta in figure che mi risuonavano dentro. Donne che lavoravano gratis senza veder riconosciuto il loro valore. Cosa che da qualche parte accade ancora».
«La strada da percorrere per le donne è sempre in salita», si legge nel libro. Dopo 100 anni, a che punto siamo di quella salita? Trump, il patriarcato, la violenza di genere di certo non aiutano…
«È ancora dura, basta pensare a tutto il lavoro di cura all’interno della famiglia, spesso allargata, che quotidianamente le donne si sobbarcano e non è né remunerato né socialmente valorizzato».
“La levatrice” è un romanzo con una forte componente femminile. Lo definirebbe femminista?
«Non direi, poi dipende dal senso che si vuol dare a un termine oggi abusato, ma ci sono anche figure maschili positive qui. Ho un’età per cui quel periodo l’ho attraversato, avevo 16, 17 anni nel ’77, ho letto Barbara Duden e gli studi sul disconoscimento del corpo delle donne, sul linguaggio che non è mai innocente. Tutte quelle battaglie le ho fatte, ma oggi serve trovare un punto di incontro, perché anche i maschi sono smarriti, e capire perché siamo arrivati a questo».
Nel suo libro la Sardegna non fa solo da sfondo ma diventa essa stessa personaggio. Grazie anche all’uso di una lingua densa, ruvida in certi casi, che ci immerge subito nel mondo che lei racconta. Ci sono autori che ha preso a modello?
«Ci sono tanti scrittori sardi che hanno lavorato sulla lingua, penso a Salvatore Niffoi o Marcello Fois. Io ho fatto un lavoro più modesto, non sono una storica della lingua tanto meno una linguista, volevo solo dire che in questa terra c’è una lingua che non vuole morire. L’unico modo per farla vivere è che si parli un po’. Così ho cercato una mediazione per il lettore contemporaneo che non conosce il sardo: per esempio adattando sintatticamente la frase sarda all’italiano. Ho sempre parlato dialetto e italiano insieme, ma quando ero bambina era proibito usare il sardo a scuola. C’è da tempo un’opera di rimozione, che ci accomuna con tante minoranze linguistiche ed etniche, con danni incalcolabili».
Sta già lavorando a un altro libro?
«In questi anni ho raccolto molti spunti interessanti, non so se qualcuno si concretizzerà. Il genere resta la storia sociale, non saprei scrivere di fantasy o horror (). Abbiamo tanti periodi storici dove basta togliere il velo e si trovano storie di donne che ti chiamano per essere raccontate. E c’è bisogno di farlo perché non trovano spazio nei libri di storia, nella memoria ufficiale. Penso al ventennio fascista quando la Sardegna è stata terra di confino per tante donne, la maggior parte ostetriche. Non è uno spoiler, non c’entra con il libro successivo a cui voglio lavorare…». Ma se anche lo fosse non ci dispiacerebbe.
