(di Giorgio Gosetti)
Il cuore della più famosa scrittrice
di gialli della cultura occidentale si arrestò per cause
naturali il 12 gennaio 1976. Adesso, in coincidenza con i 50
anni dalla morte, il nome di Agatha Christie ritorna di moda (ma
la sua popolarità è mai tramontata?) anche per l’arrivo su
Netflix il 15 gennaio di “Seven Dials”, la nuova serie ispirata
al suo romanzo del 1929 uscito in Italia nel 1936 col titolo “I
sette quadranti”.
Agatha Mary Clarissa Miller era nata a Torquay nel Devon il
15 settembre 1890 e benché passi per essere una gloria nazionale
britannica, era figlia di una agiata famiglia americana.
Terzogenita dell’abile agente di cambio Frederick Miller, aveva
sangue inglese per parte di madre i cui genitori erano però
immigrati dalla Germania. Nella tenuta di famiglia chiamata
Ashfield, la piccola Agatha ebbe un’infanzia felice, con
frequenti puntate a Londra, presso una zia, e vacanze in giro
per l’Europa. Veniva educata in casa, adorava la matematica e la
lettura, suonava il pianoforte e fu certamente influenzata dalle
credenze esoteriche che circolavano in famiglia dove tutti
credevano che la mamma, Clara, fosse una medium dotata della
“seconda vista”.
Tutto precipitò quando il padre morì nel 1901 e lasciò la
moglie in gravi difficoltà economiche. Quattro anni dopo la
figlia fu mandata a studiare a Parigi per poi ritornare in
patria ad accudire la madre, anch’essa malata, soggiornando con
lei al Cairo dove si riteneva che il clima fosse più adatto. Fu
lì che cominciò a scrivere i primi racconti, centrati sul
paranormale e poi il primo romanzo (“Snow Upon the Desert”)
ambientato al Cairo, ma rifiutato dagli editori. Intanto,
tornata a Londra, cercava marito e, dopo alcuni tentativi
falliti, nel 1914 sposò l’ufficiale Archibald Christie, presto
richiamato in guerra sul fronte francese.
Agatha si impegnò invece nello sforzo bellico come infermiera
volontaria appassionandosi ai segreti della farmacologia e dei
veleni. Una materia che avrebbe approfondito anche durante la
seconda guerra mondiale quando ritornò a prestare servizio come
infermiera. All’inizio del Novecento i romanzi polizieschi
andavano di gran moda e l’aspirante scrittrice riuscì a
pubblicarne uno – il primo di ben 66 oltre alle 14 raccolte di
racconti, 6 romanzi rosa sotto pseudonimo e alle pièces teatrali
– nel 1920 dopo una gestazione durata quattro anni. Era “Poirot
a Styles Court” ed ebbe crescente successo, anche se l’autrice
non si legò subito al personaggio, creando altri protagonisti
come le spie dilettanti Tommy e Tuppence e poi Bundle Brent,
l’eroina de “I sette quadranti”. La celeberrima Miss Marple
nacque invece 10 anni più tardi, nel 1930, con “La morte nel
villaggio”. E fu subito un trionfo.
La vita privata di Lady Agatha fu invece tormentata dal
fallimento del matrimonio (da cui era nata la figlia Rosalind)
culminato nella drammatica rottura del 1926 quando il colonnello
Archibald le comunicò di essersi innamorato di un’altra e lei
sparì di casa scatenando una vera caccia all’uomo per
ritrovarla. Scotland Yard impiegò oltre 1000 agenti e 15.000
volontari nella ricerca, Conan Doyle incaricò una medium di
seguirne le tracce, il New York Times mise la notizia in prima
pagina. Sotto falso nome Agatha riapparve 10 giorni dopo in un
albergo dello Yorkshire, ma non volle mai raccontare cos’era
accaduto e rimosse l’episodio dalla sua autobiografia. Nel 1928
un lungo viaggio sull’Orient Express in direzione di Istanbul e
Baghdad lenì la ferita. Nella visita a uno scavo in Iraq,
incontrò il giovane archeologo Max Mallowan che sposò nel 1930,
a cui si deve la passione per il Medio Oriente in cui spesso si
muove il suo Hercule Poirot e che le rimase accanto fino alla
morte. Max aveva 13 anni meno della moglie e, insieme alla
figlia di primo letto, spese gli ultimi anni della vita a
tutelare l’opera e la memoria della Regina del Giallo,
nonostante si fosse nel frattempo risposato.
Poirot e Miss Marple sono indubbiamente due figure
fondamentali nell’immaginario di chiunque abbia mai letto un
romanzo giallo. Custodi della morale e della giustizia (anche
quando non viene in soccorso la legge), capaci di leggere
nell’animo umano ancor prima che negli indizi di un crimine,
profondamente diversi per carattere e formazione ma egualmente
implacabili nel risolvere i casi più intricati, sono gli alfieri
di un’idea rassicurante del “giallo” come indagine sul modo in
cui l’ordine delle cose – turbato dal delitto – viene rimesso a
posto grazie alla logica. Per questo, dopo la seconda guerra
mondiale e l’apparizione della letteratura noir, sembrò per un
momento che il piccolo e felpato mondo di Agatha Christie in cui
le buone maniere e la tradizione vittoriana sono comunque
vincenti finisse nella soffitta della letteratura popolare. Un
grande critico letterario, Guido Almansi, arrivò perfino a
definire i romanzi della Christie “Tapioca buona per
addormentare il palato e l’intelligenza”.
In verità non è andata così e il nome della Regina del Giallo
campeggia ancora oggi nelle classifiche editoriali, vanta
estimatori illustri anche nella critica più esigente, ha dato
luogo a moltissimi telefilm e oggi serie tv, ha avuto gloria
cinematografica grazie ad attori celebri come Peter Ustinov,
Kenneth Branagh, Margareth Rutherford, Angela Lansbury. E titoli
come “L’assassinio di Roger Ackroyd”, “Assassinio sull’Orient
Express”, “Trappola per topi”, “Dieci piccoli indiani” rimangono
non solo modelli esemplari del giallo classico ma anche opere
celebri nella letteratura inglese del Novecento. Quanto alla
popolarità dei personaggi, basti dire che all’apparizione
dell’ultimo romanzo dedicato a Poirot nel 1975 (“Sipario”) il
New York Times gli dedicò un necrologio, fatto senza precedenti
per un personaggio letterario, mentre il congedo dall’adorabile
signora di St. Mary Mead (“Addio Miss Marple”) poté apparire
solo dopo la morte dell’autrice perché i lettori non accettavano
che la storia avesse una fine.
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