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Gianni Berengo Gardin è morto. Addio al maestro della fotografia

Un filo di perle è quel che Gianni Berengo Gardin, morto nella notte a Genova a 94 anni, lascia a noi che restiamo. Ma perle di vetro come gli obiettivi delle sue Leica (amore fedele tradito con rare scappatelle). Perline di vetro di Murano come quelle che da ragazzo vendeva in Calle Larga di San Marco a Venezia, dietro il banco del negozio di famiglia citato in un romanzo di Baron Corvo, l’ispiratore di Corto Maltese. Berengo Maltese? In un libro recente, uno degli ultimi dei quasi trecento della sua vita, si era divertito a travestirsi da quel suo concittadino immaginario. Come lui, esploratore affamato di mondo visibile.

Un gioco di perle di vetro è l’opera fotografica sterminata di Berengo. Per gli amici un cognome solo bastava, per tutti gli altri un acronimo da fumetto. Come Henri Cartier-Bresson fu per tutti HCB, lui fu gibigì. Ma dentro ogni sua perla c’è un essere umano, anche quando non si vede. Gli «omini che giganteggiano nelle sue fotografie», ha ben detto l’amico e collega Ferdinando Scianna. Trecento libri, la commedia umana del suo tempo.

Berengo Balzac. Schiavo d’amore per la vita. Ogni volta che vedeva la vita, non poteva fare a meno di abbracciarla. Di darle il dolce bacio di un clic. Per oltre sei decenni sono stati amplessi appassionati e fertili. Scriveva di lui Cesare Zavattini, dopo averlo visto in azione nella sua Luzzara: «Sembra si occupi d’altro, ma il suo occhio ha già messo incinta quel che c’è, e andrà poi a festeggiare il parto nella camera oscura con i suoi albori aurorali». Quanti figli avrà seminato Berengo Gardin? Un milione e mezzo, negativo più negativo meno.

Molti sono diventati popolari più del loro autore. La buffa automobilina parcheggiata in solitudine di fronte all’oceano l’avrete vista su qualche maglietta o cartolina. La sua figlia più celebre, con grande stupore di papà: “Era solo una fra tante auto parcheggiate lì…”. Oppure, i due ragazzi che ballano fra le dune del Lido al suono di un grammofono: icona dell’Italia povera ma bella del dopoguerra. Il bacio sotto il porticato di piazza San Marco invece è diventato uno stereotipo romantico copiatissimo dai fotoamatori che non ne hanno inteso la bonaria ironia. Quella che amava di più era forse la più manierista, proprio nel senso del Pontormo: un gioco spaesante di figure tra finestrini e specchi su un vaporetto che Cartier-Bresson incluse tra le tra le ottanta immagini da salvare del Novecento. Affermare che Berengo sia veneziano è leggermente azzardato. Non si sa bene di dove sia, GBG: anche lui, di fronte alla domanda, esitava. Anagraficamente ligure: suo padre gestiva un albergo di lusso a Santa Margherita, ci scendevano i Savoia, ma lo perse con la guerra. Sua madre era svizzera, gli prestò la prima fotocamera, una Voigtländer a soffietto. Ma fu a Venezia che GBG saltò il fosso (il canale?) da fotoamatore a professionista. La sua prima passione, per la verità, erano gli aeroplani. Li studiava e li fotografava. Cercò di farlo meglio possibile. Fu decisivo uno zio d’America, Fritz Reder. Amico di Cornell Capa, fratello del mito Bob, gli chiese una bibliografia da consigliare al nipotino, fece il pacco e glielo spedì.

E in un’Italia fotografica ancora alle prese con vecchiette in nero e pecorelle al pascolo il giovane Gianni scoprì tra i primi Dorothea Lange, Eugene Smith, i fotografi rooseveltiani della Fsa, balzando sulla sedia: «Quelle fotografie io le avevo già ‘viste’ nei romanzi di Steinbeck, Faulkner, Dos Passos…». Lasciò gli aeroplani e si mise a fotografare tutto il resto. Per sbarcare il lunario, fece il cameriere a Milano, il bagnino sul lago di Lugano, che fu un’«esperienza terribile» visto che non ha mai saputo nuotare. A Venezia c’era grande fotografia. Alla Gondola, circolo fotografico blasonato e ancora vivente, Toni Del Tin esaminò a lungo le stampe del giovane aspirante socio, e alla fine, solennemente, gliele stracciò in faccia: «puoi fare di meglio». Berengo gli è ancora grato. Perché in effetti sapeva fare di meglio.In quegli anni di scuole ed estetiche ferocemente contrapposte, formalisti contro realisti, GBG incontrò le persone giuste. Un guru della fotografia italiana, Romeo Martinez, un fotografo intellettuale, Paolo Monti. A Parigi conobbe i fotografi umanisti, Doisneau, Boubat, Ronis. Imparò presto. Nel 1963 vinse il World Press Photo. Diventò… cosa? Artista non se lo lasciò mai dire. “Le fotografie sono documenti”. Proponeva reporter. Ma i giornali italiani non l’hanno mai fatto lavorare molto, e GBG un po’ se l’è legata al dito. Del resto, GBG aveva un consiglio per i giovani colleghi: “Apri una drogheria, poi la domenica vai a fare le foto che vuoi”. Eppure grandi giornalisti lo avevano avvistato. «Venga a trovarmi in redazione con quelle foto» si sentì apostrofare da dietro le spalle, senza convenevoli, mentre in un bar di Milano mostrava il suo portfolio a un amico. Era Leo Longanesi. Ma quando ci andò, con i suoi album sottobraccio, il direttore del Borghese capì che quel ragazzo non era della sua parrocchia ideologica, e con generoso fair play gli disse: «Mi sa che lei è più adatto a Pannunzio», e lo spedì dal direttore del Mondo. Erano, quelli, tutti erano giornalisti della parola al primo posto, usavano la fotografia ma un po’ la asservivano.

E il campo del rotocalco ormai era invaso da un altro più spiccio genere di foto: le paparazzate, i matrimoni regali, la cronaca torbida. Bene: l’arena di GBG, reporter riflessivo e interrogativo, sarebbero stati i libri. Il racconto lungo, di ottanta, centocinquanta immagini come frasi di un romanzo. Libri inchiesta: “Dentro le case” vale un trattato di sociologia della vita privata negli anni del boom. Libri viaggio: una collaborazione ultradecennale con il Touring Club, con volumi che definire “turistici” è un’offesa, vedi la monografia sulla Gran Bretagna che aveva il testo di Moravia. Libri denuncia: tra gli ultimi, il reportage sullo sconcio delle gigantesche navi da crociera fra i canali della sua Venezia, pubblicato per la prima volta su Repubblica, che il sindaco rifiutò di esporre a Palazzo Ducale. Storico, Morire di classe, reportage a quattro occhi (assieme a Carla Cerati), Basaglia lo considerò l’ariete per sfondare la porta della chiusura dei manicomi. Un cercatore disposto ad accettare il dono della fotocamera. Il caso, e anche il fallimento: «Devi fotografare come giochi al poker: ti manca una carta per la scala reale, ci provi, se ti viene hai vinto, se non ti viene non hai in mano neanche una coppia». Il bianco e nero come linguaggio elettivo, ma senza fondamentalismi (ha lavorato molto anche a colori). La pellicola come credo, questo invece più assoluto. Quell’intransigenza analogica, quel suo modo di pronunciare la parola stessa, «il digitaaaaaale…», che gli arricciava tutti i peli della barba grigia, gli hanno attirato il sarcasmo delle generazioni digitali. Lui imperterrito soffiava sul fuoco con quel suo timbrino polemico e orgoglioso stampigliato dietro ad ogni sua foto: “Vera fotografia, non corretta, modificata o inventata al computer”. Ma era la sua dichiarazione di poetica: io sono un fotografo che offre una visione e non una costruzione, sono un fotografo della designazione e non della proposizione.

Stanco di spiegare, ultimamente rispondeva beffardo: «C’è chi adora la Madonna, io adoro il negativo». Eppure, crederci o no, esistono al mondo alcune foto digitali firmate GBG. Una l’ha anche ammessa nelle sue mostre più prestigiose. “C’erano due ragazzi che facevano l’amore sotto casa mia, all’alba… Una scena bellissima. Sono corso in casa e ho afferrato la prima macchina che ho trovato”, quella che una nota grande marca gli aveva appena regalato, speranzosa. Non perdere l’attimo della vita che passa, questo è sempre stato il primo e unico comandamento del ragazzo delle perle di vetro.

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da Author
«La piccola, cresce sana e cattiva. Morde chiunque e mangia le arance…