Lo scrittore azzimato, freddo, abitudinario, poco più che quarantenne, si ritrova solo in casa – è una sera di inizio settembre – e va nel panico perché la moglie è uscita, la tata è in ferie, e lui si ritrova a tu per tu con la figlia neonata: «Ero solo con quell’esserino adorato, bagnato e nudo, a cui ho tolto gli abiti umidi senza sapere in quale altro modo aiutarla, ma lei strillava da far paura, probabilmente sotto l’impressione della mia incapacità». Mettere il naso nei di Thomas Mann – per la prima volta pubblicati in italiano da Mondadori, a cura di Elisabeth Galvan e di Luca Crescenzi per il segmento 1918-1921 – significa, com’è ovvio, spiare il suo privato. Assistere a scene come quella appena evocata; registrare altalene umorali, minuzie del quotidiano, impegni – assai ripetitivi, come si conviene al letterato protetto dalla vita che chiamiamo pratica. Significa entrare nella stanza in cui legge e sapere cosa, guardare con lui di là dai vetri delle finestre: «Fresca giornata d’autunno, azzurra e dorata».
Ma è uno spiare autorizzato dallo spiato: non solo custodì i diari, ma programmò la loro apertura a un quarto di secolo dopo la morte: «Che il mondo mi conosca, ma solo quando tutto sarà finito». Dà un po’ l’impressione di quella perturbante serie di fotografie ultime, in cui Pasolini si fece ritrarre nudo da un fotografo, Dino Pedriali, fingendo che fossero rubate. Allo stesso modo, la relativa nudità di Mann si offre allo sguardo del lettore postumo con una consapevolezza di sé che rende non accidentale, ma quasi calcolato, questo “coraggio della debolezza”. Non tanto i malesseri intestinali o le insofferenze per ciò che legge. Non tanto le giornate in cui lavora con fatica e riluttanza. Piuttosto, aperture inattese come la seguente: «Uno come me non dovrebbe mettere al mondo dei figli». Lo dice un momento dopo avere descritto la visione notturna del figlio Klaus adolescente che dorme «assurdamente nudo».
Il giorno dopo riprende la routine. Passeggia col cane. Fa acquisti in città. Scrive, o prova a farlo. Prepara lettere e telegrammi. Amministra la sua fama. Poi, di nuovo, all’improvviso: «Sfogo sessuale». Fa la barba, legge i giornali, smista la posta. Mette i numeri di pagina a un manoscritto. «Inquietudine, eccitazione sessuale. Sono stato con K. senza desiderio».
Segue e analizza le vicende politiche tedesche ed europee dell’immediato dopoguerra. Sogna di indossare una divisa «ruvida e frivola» da ufficiale o da cadetto di marina e di andare in giro per Lubecca, la città natale, «molto allegro ed eccitato». Legge Goethe, scrive una lettera a un giornale repubblicano della sinistra liberale, si lamenta della bambina «egoista e viziata». Indugia sul pensiero di un ragazzo sconosciuto. È attratto dal misto di grazia e ottusità che comunque gli pare divino. Qualche pagina di diario oltre, racconta di avere eiaculato sognando. La sessualità – commenta – è una cosa malefica. O altrove: il sesso è una croce terribile. Ma simili affermazioni hanno qualcosa di civettuolo; e questo insistito pendolarismo fra apollineo e dionisiaco, fra vita diurna e pulsioni notturne è l’immagine di un sé stesso senza maschera che Mann vuole consegnare ai posteri. I quali, al corrente delle sue più o meno represse smanie omoerotiche, sono piuttosto affascinati dal resoconto di istanti in cui si fanno evidenti la fatica, lo sforzo, l’energia spesa per difendere un equilibrio. Nello stesso martedì di aprile 1919 in cui si è svegliato turbato dal sogno erotico, si infuria con la moglie per l’eccessivo consumo di burro. Protesta con l’ufficio postale perché la posta non arriva. Intanto, benché sia primavera inoltrata, continua a nevicare. E lui glossa: «Le umane mancanze hanno sempre un’origine fisica; saperlo dovrebbe fungere da correttivo e impedimento; ma la prostrazione stessa fa mancare, al momento decisivo, la necessaria lucidità». È d’altra parte il corpo a prendere spazio in queste pagine fittissime: malesseri, raffreddori, febbri, tosse, catarro, disturbi gastrico-intestinali, stanchezza, eccitazione, reazione epidermica al variare delle temperature, sonni agitati.
In questo Mann diaristico c’è parecchio di Hans Castorp, il protagonista de a cui comincia a lavorare; c’è quel tendere l’orecchio ai rumori del proprio organismo, la stessa goffa apprensione per ciò che mina la salute. Hans cerca la via della guarigione, commuovendosi per un suo arto radiografato e per il suo cuore di uomo. Così Mann, ormai già fratello maggiore del suo personaggio, passeggia come Castorp sotto tormente di neve, teme i disturbi di stomaco e la propria stessa «dissolutezza», scruta un drappello di ginnasti seminudi, e si chiede quanti anni gli restino da vivere. Una ventina? Saranno parecchi di più.
Il clima politico, a ogni modo, infiltra le giornate e l’ispirazione letteraria. Il curatore Crescenzi fa notare la filigrana spessa della «cronaca del destino tedesco»: nell’interstizio temporale tra la fine del primo conflitto mondiale e l’esordio della Repubblica di Weimar Mann fa in tempo a pentirsi di quelle in cui aveva dato sfogo allo spirito di nazionalista. Un monologo-fiume contorto, esagitato, in cui evocava o invocava «la volontà della Germania di imporsi al mondo». Ci ripensa: «Forse avrei potuto fare a meno di scriverlo?». Prova a chiedere il ritiro dell’edizione. È troppo tardi.
Il libro – , vol I 1819-1921 (Mondadori, a cura di Luca Crescenzi, pagg. 780, euro 50)
