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Il dilemma europeo: sguarnire le difese per fare scudo a Kiev

Le ultime parole di Donald Trump sulla «difesa comune dei cieli» non tranquillizzano per niente i vertici militari ucraini, che adesso guardano alla «coalizione dei volenterosi» europea come l’unica speranza di proseguire la resistenza senza piegarsi alla «pace ingiusta» imposta dal Cremlino. Kiev è ancora sotto choc per la pioggia di droni incendiari e missili della scorsa notte che ha reso irrespirabile l’aria: ormai i russi scagliano ondate di cinquecento ordigni ogni due giorni e le batterie contraeree sono stremate. Lo dimostrano la sequela di missili cruise che ieri hanno colpito con precisione i bersagli e le tredici bombe volanti teleguidate Geran che hanno provocato roghi nei condomini della capitale.

I dati raccolti dalla Nato fanno temere il peggio: l’economia di guerra mette il Cremlino in grado di proseguire questa campagna terroristica contro le città per tutta l’estate. E i raid condotti dall’intelligence ucraina contro le fabbriche che alimentano la macchina di morte, come quello scattato ieri mattina a Sergev Posad, nella regione di Mosca, possono soltanto rallentare il ritmo delle incursioni russe.

In questa situazione drammatica, le promesse di Trump sono accolte con profonda diffidenza. Dal suo insediamento, già due volte sono stati sospesi gli aiuti militari diretti a Kiev: si tratta comunque l’ultimo rivolo delle forniture decretate dal suo predecessore Joe Biden, che in ogni caso termineranno prima dell’autunno. Ma i trenta missili Patriot PAC3 – gli unici in Occidente che possono tentare di abbattere gli ordigni balistici – bloccati dal Pentagono in Polonia poco prima della consegna, per i generali ucraini significano assistere alla distruzione di palazzi, comandi, impianti bellici e centrali elettriche senza potere fare nulla.

La cupola protettiva è sempre più debole. In tutto il Paese ci sono otto batterie Patriot, a cui restano poche decine di intercettori di vecchio modello donati da Germania, Olanda e Norvegia. Munizioni col contagocce anche per gli Iris-T tedeschi mentre i due sistemi Samp-T forniti da Italia e Francia sono rimasti a secco da settimane.

Le industrie europee costruiscono ogni anno numeri estremamente ridotti di missili terra-aria, ognuno dei quali ha un tempo di produzione superiore a dodici mesi. L’unica strada per impedire che l’offensiva di Mosca diventi rapidamente inarrestabile in cielo e terra è attingere alle scorte del Vecchio Continente: in pratica, i governi che appoggiano Kiev devono sacrificare la sicurezza nazionale per girare in fretta altri equipaggiamenti bellici presenti nei loro magazzini. Una scelta durissima perché tutti, dentro e fuori la Ue, sono poveri di armi contraeree e negli scorsi tre anni hanno già trasferito agli ucraini una parte significativa degli arsenali. L’Italia, ad esempio, ha mandato in Ucraina due delle sei batterie Samp-T esistenti e un decimo dei missili portatili Stinger: i rimpiazzi sono stati ordinati, ma non arriveranno prima della fine del 2026 o addirittura ancora dopo.

Macron, Starmer, Meloni e Merz possono quindi solo mettere mano alle “riserve strategiche” ossia alle dotazioni giudicate indispensabili per la difesa dei loro Paesi: una decisione politica difficile, che sarà al centro della riunione dei Volenterosi del prossimo 10 luglio. Per gli ucraini non ci sono altri “piani B” concreti per fronteggiare la sospensione delle consegne americane: se le cancellerie europee si volteranno dall’altra parte, le conclusioni saranno inevitabili e finiranno per compromettere ogni speranza di tenere testa alla Russia.