Cinque dollari per ogni volta che fa punto: in quel modo, nelle ultime stagioni è riuscito a metterne da parte centomila. E li ha donati a un progetto per la scolarizzazione dei bimbi del Togo, il paese africano d’origine del padre, Sam. Il canadese Felix Auger-Aliassime oggi gestisce una fondazione insieme al genitore, e continua ad occuparsi dei bimbi meno fortunati. «È un progetto iniziato nel 2019, di cui siamo molto orgogliosi: quando vai lì e vedi tutto di persona, è molto gratificante. Ci sono giovani che devono affrontare sfide a me sconosciute: e impari». L’avversario che stanotte sfiderà Sinner in semifinale è gentile, educato, generoso: un ragazzo d’oro. «Faccio beneficenza anche insieme a Jasmine Paolini, che ha il papà del Ghana». Si impegna per la diffusione del tennis in Africa. «Quello è soprattutto un lavoro cui si dedica mio padre. Non è facile, ci vuole tempo, devi costruire molte cose, servono infrastrutture e il giusto coaching affidato a persone che conoscono il gioco di alto livello. E ci vorrebbero anche dei tornei di alto livello, da quelle parti. Sarei felice, se un giorno un giocatore africano riuscisse a sfondare nel circuito Atp». Ha solo 25 anni. «Alla fine della mia carriera, vorrei essere d’aiuto anche in questo senso: ma per ora mi concentro sul lavoro che faccio, il mio tennis». Nel frattempo, c’è un altro obiettivo importante. E lo sport questa volta non c’entra: «Mi sposo tra 2 settimane, lunedì vado a provare il vestito della cerimonia». Nina Ghaibi, la fidanzata. «Ci conosciamo da 7 anni. Ha portato gioia, nella mia vita».
Felix, l’«eterna speranza». Bel servizio, un dritto d’autore. Alto e leggero come un giunco, grande amico di Matteo Berrettini. Suona benissimo il piano: «Avrei voluto fare l’artista», confessa. È cresciuto nel mito di Yannik Noah e Roger Federer: lui e lo svizzero sono nati nello stesso giorno, l’8 agosto. Vive a Montecarlo: «Più che canadese, sono del Québec», precisa con orgoglio. La mamma, Marie Auger, è franco-canadese. Sam, il papà, è stato un buon tennista e gestisce una Accademia a Montreal: gli ha messo per la prima volta una racchetta in mano che il figlio aveva 5 anni. Un predestinato, dicevano di lui: sedicenne, ha vinto gli Us Open junior; l’anno successivo, i primi successi da professionista e poi un impressionante crescendo. A 21 anni, i quarti di finale a Wimbledon e poi le semifinali allo Slam di New York, l’ingresso nella Top10. Talento purissimo. Ma eterna promessa, appunto: 7 titoli vinti, a un certo punto gli è mancato un ultimo, piccolo passo per diventare un big. «Ci sto provando», sorride. La prima finale di un Masters 1000 nel 2024, quando si è poi messo al collo il bronzo olimpico nel doppio misto. In questa stagione è stato frenato dagli infortuni: problemi a un ginocchio, alla schiena. Tanti alti e bassi. «Il mio obiettivo? Vincere uno Slam. E il torneo di Montreal». Ma nella sua città natale, il mese scorso, è uscito al primo turno. Dopo 4 anni, di nuovo in semifinale a Flushing Meadows. «Allora ero molto giovane. Adesso è una sensazione speciale. Non sono mai stato così vicino a realizzare il mio sogno».
