Una baita nel Montana con le pareti in legno, un uomo anziano dai capelli lunghi e grigi sotto il berrettino che fatica a trattenere le ciocche ribelli. È così che ci appare in videochiamata Rick McIntyre, ultimo grande ranger di Yellowstone (sì, il parco dell’orso Yoghi!), forse il maggiore esperto mondiale in fatto di lupi. Ha trascorso più di 40 anni a cercarli, aspettarli, osservarli, seguirli, conoscerli, capirli, amarli. E ha scritto libri che sono quasi racconti epici. L’ultimo, (Longanesi) potrebbe essere una sceneggiatura di Sergio Leone.
Rick, chi sono davvero i lupi?
«Creature meravigliose e piene di generosità. I loro branchi sono autentiche famiglie allargate con maschio alfa, femmina alfa, figli, nipoti, zii, cugini, nonni, nonne. Il lupo è fedele per la vita alla compagna, e questo accade solo al 4 per cento dei mammiferi. Il lupo gioca, crea legami, combatte, si prende cura anche dei cuccioli che non sono suoi. Un educatore formidabile e pieno d’amore».
Si direbbe una forma sociale evoluta.
«Lo è! Intanto, si tratta di una società matriarcale: la lupa alfa decide movimenti e organizzazione del branco, mentre il maschio crede di comandare e invece esegue. Mi ricorda qualcosa!… E la cura dei cuccioli è qualcosa di sorprendente. Io da ragazzino sono cresciuto in mezzo a famiglie italiane, di alcune ricordo ancora i cognomi, e ho imparato a conoscere la forza di quelle madri, di quelle nonne: mica si scherzava! A loro modo, sì, erano proprio delle lupe».
Ci parli di Numero 8, il protagonista del libro.
«Era il lupacchiotto più debole del branco, grigiastro e magrolino, il più spelacchiato e spaesato. I suoi tre fratelli lo bullizzavano. Ma lui ha resistito, è cresciuto. Pur avendo visto il padre ucciso da altri lupi non è diventato sanguinario, e quando si è accoppiato con una lupa che, a sua volta, aveva perso il compagno, ha accudito e allevato i cuccioli di lei come suoi figli. Naturalmente sono tutte storie vere, anche se alcune avrebbe potuto scriverle Omero o Shakespeare. Ho seguito i branchi per decenni e li ho riconosciuti, li ho visti crescere sotto i miei occhi. Mi sento come un antropologo che abbia studiato tribù lontane».
Da sempre il lupo è il simbolo del male, è la paura ancestrale, lo hanno messo nelle favole più tremende: ma cos’ha fatto per meritarlo? Non è forse tempo di chiedergli scusa?
«Direi proprio di sì. Non va mai dimenticato che si tratta di un predatore selvaggio, che va a caccia per sopravvivere e per nutrire la sua famiglia e non può distinguere tra una preda libera e il gregge di un pastore. Il quale, com’è ovvio, non è felice se qualcuno gli sbrana le pecore. Negli Stati Uniti abbiamo leggi per tutelare gli animali ma anche gli allevatori, ci sono ranger a cavallo che proteggono il bestiame e tengono lontane le minacce. Inoltre, sono stati importati grossi cani da pastore europei che i lupi temono e rispettano».
A proposito di Europa: da qualche giorno, il Consiglio dell’Unione ha deciso di declassare la tutela dei lupi, passando dalla “protezione rigorosa” alla “protezione semplice”. In futuro, rischieranno l’estinzione?
«L’eventualità, seppur remota esiste. Sarò pragmatico: il lupo va difeso anche per ragioni economiche, perché dà lavoro e produce reddito. Il parco di Yellowstone è visitato ogni anno da 5 milioni di turisti, non pochi dall’Italia. Quasi tutti vengono per vedere i lupi: ne abbiamo un centinaio, e i profitti del parco si aggirano sugli 83 milioni di dollari l’anno. Questo significa che ogni lupo vale, grosso modo, 830 mila dollari. Ma la cosa è più complessa di così. Perché, nel Montana, un cacciatore con regolare licenza può cacciare fino a 10 lupi l’anno e catturarne altrettanti. Ogni lupo in eccedenza gli costerà appena 14 dollari di ammenda. E allora, io mi chiedo: un lupo che produce 830 mila dollari, può valerne solo 14?».
Ci perdoni la divagazione: il suo libro ci porta nell’America più selvaggia e pura, ci sono le nevi scintillanti e i torrenti di cristallo. Un paradiso. Ma oggi l’America fa paura al mondo: cosa vi è successo?
«Capisco bene cosa lei mi sta chiedendo, e posso dire di non avere mai votato per Donald Trump».
Nel libro ci sono momenti in cui si direbbe che i lupi pensino.
«Ma è così! Torniamo al nostro eroe, Numero 8. Tra i suoi figli adottivi c’era Numero 21, creatura leggendaria di Yellowstone, il più bello e il più forte che si sia mai visto. Siccome venne allevato con amore da Numero 8, anche 21 crebbe con gli stessi sentimenti: sì, uso proprio questa parola. Un giorno, dopo la caccia, tornò nella tana dove il più debole dei suoi cuccioli se ne stava in disparte: ebbene, Numero 21 gli portò il cibo e cominciò a giocare con lui. Come aveva fatto, con lui stesso, il suo padre putativo».
Un’altra storia, Rick. Avanti, balliamo coi lupi.
«La Numero 42 aveva una sorella cattivissima, spietata, e una terza mite, alla quale la lupa feroce un giorno uccise i cuccioli. Allora, Lupa 42 chiamò a raccolta le altre femmine del branco, insieme fecero blocco ed eliminarono la lupa cattiva, senza però far fuori i cuccioli rimasti orfani. Anzi, li allevarono come se fossero i loro. Perché i lupi non conoscono la parola vendetta».
Come insegnare queste cose ai bambini?
«Portandoli nei parchi naturali, mostrando la meraviglia anche emotiva degli animali, un valore che non esito a definire etico. Le racconterò un’altra cosa: qui nel Montana, alcuni ranger hanno la licenza di tenere con sé un lupo allevato in cattività. Un mio amico portò una di queste bestie in una scuola elementare, e disse agli alunni: “Ora metterò il guinzaglio al nostro lupo e passeggeremo in mezzo a voi. Ma sappiate che non dovrete agitarvi, e neppure toccarlo. E attenti: a volte, un lupo si ferma davanti a un bambino, si mette a scodinzolare e a leccargli la faccia. Se succede, nessuno dovrà spaventarsi”».
E cosa accadde?
«Il lupo si fermò davvero davanti a un bimbo che se ne stava un po’ in disparte, e gli fece un sacco di feste. Dopo la visita, il preside della scuola rivelò al mio amico che quel bambino era stato bullizzato da alcuni compagni, e rimaneva quasi sempre da solo: mentre lo racconto, mi vengono le lacrime agli occhi. Il lupo aveva sentito che quel piccolo aveva bisogno d’amore e glielo aveva dato».
IL LIBRO
