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Imam Torino, l’ira di Meloni contro i magistrati: “Così impossibile difendere la sicurezza”

«Come facciamo a difendere la sicurezza degli italiani se ogni iniziativa che va in questo senso viene sistematicamente annullata da alcuni giudici?». È metà pomeriggio quando la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, entra a gamba tesa nella vicenda di Mohamed Shanin, l’imam di Torino prima chiuso in un Cpr per essere espulso e ora liberato su decisione della Corte d’appello di Torino. Un’entrata durissima che però non ha sorpreso chi in questi giorni ha avuto per le mani il dossier. E aveva fatto una scommessa: «Vedrete che la politica cercherà lo scontro, lo useranno come una clava nel dibattito sul referendum». Non sbagliavano.

Visto il fuoco di fila partito subito dopo le dichiarazioni di Meloni: Salvini, Gasparri, Delmastro, Fidanza, tutti contro i giudici in nome di chi «mette a rischio la sicurezza dei cittadini». Ma a leggere gli atti del fascicolo sull’espulsione di Shanin è evidente che sin dal principio la scelta della politica sia stata una forzatura rispetto alle valutazioni contenute negli atti, e anche rispetto alla posizione della polizia, che nell’informativa non aveva voluto calcare la mano. Visti anche i rapporti sul territorio che in questi anni Shanin ha coltivato, rapporti nei quali non si era mai mostrato come un provocatore estremista. Al contrario: è un riferimento di mediazione, come dimostrano le iniziative sulla Costituzione, per esempio, tradotte in arabo.

«Espressione di pensiero che non integrava estremi di reato» aveva scritto, a proposito del discorso pronunciato da Shanin al termine di un corteo pro Pal, il pm Emilio Gatti nella richiesta di archiviazione per «fatto non costituente reato». Circostanza che invece il Viminale non ha riportato nel provvedimento d’espulsione.

È vero però che i canali giudiziari e amministrativi in questi casi spesso corrono paralleli. Cioè accade che ciò che non viene considerato reato possa essere ritenuto sufficiente per stabilire un’espulsione di tipo amministrativo. Ecco perché il Viminale sta valutando di presentare ricorso, puntando soprattutto su un punto: i rapporti che Shanin avrebbe avuto con due personaggi considerati vicini ad ambienti terroristici. Il punto è che, come sa bene il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, anche di fronte ai provvedimenti amministrativi serve l’avallo di un giudice, che valuta una serie di criteri oggettivi, come per esempio il tempo trascorso nel nostro Paese e il grado di integrazione.

Perché, fa notare Nicola Fratoianni, «siamo ancora in uno stato di diritto. E la legge dice che l’imam di Torino è stato rinchiuso illegalmente in un Cpr. È quello che accade a chi non tiene conto delle leggi, che ad esempio libera i torturatori e i trafficanti libici».

«La decisione è sconcertante e purtroppo non è la prima di questo tipo. Chi semina odio non può restare in Italia», insiste però il vicepremier Matteo Salvini, seguito a ruota da mezzo governo. «Allucinante, allucinata e allucinogena decisione di liberare l’imam di Torino contro la necessità di espellere chi, per odio religioso, definisce resistenza l’attacco terroristico del 7 ottobre. Noi garantiamo sicurezza, altri sentenziano insicurezza», dice il sottosegretario Andrea Delmastro. Non protestano però solo dall’esecutivo. «Il rimpatrio dell’imam in Egitto era una misura corretta e prudente», dice il leader di Azione, Carlo Calenda. «Le regole si rispettano e valgono per tutti». È quello che sostengono anche i giudici di Torino.