Siam pronti alla morte, l’Italia chiamò. Sì! Anzi, no, perché l’inno di Mameli cambia: niente più grido finale affermativo nelle cerimonie militari e istituzionali. La novità è stata diramata in un documento dello Stato maggiore della Difesa datato 2 dicembre e firmato del generale di divisione Gaetano Lunardo, capo del I reparto dello Stato Maggiore dell’esercito. La circolare, come anticipato dal , cita il decreto del presidente della Repubblica del 14 marzo scorso pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 7 maggio 2025 sulle modalità di esecuzioni dell’inno e chiede di darne «la massima diffusione». Dalla Finanza all’Esercito, l’ordine è arrivato a tutti i comandi sollecitati a una «scrupolosa osservanza». Ma non è il provvedimento della primavera a disporre l’eliminazione del “sì”.
È stato Sergio Mattarella, a quanto si apprende, a chiedere, verbalmente, che nelle occasioni ufficiali e in sua presenza si tolga il “sì”, assente del resto nella versione originaria dell’inno. E la circolare ha recepito questa linea. Che si applica ai militari, non ai civili. Ieri a Palazzo Chigi ad esempio per i tradizionali auguri ai dipendenti c’erano gli alpini che hanno cantato l’inno, correttamente omettendo il finale, invece recitato con convinzione da Meloni.
La novità, come accennato, è comunque un ritorno alle origini. Il decreto dello scorso marzo fa riferimento al «testo primigenio» di Goffredo Mameli, poeta e patriota risorgimentale, liberale e mazziniano. Nel manoscritto autografo del 1847, conservato al Museo del Risorgimento di Torino, Mameli non inserì il “sì”. Lo spartito musicale originale di Michele Novaro, quello utilizzato sinora, riporta invece l’esclamazione finale. Un’aggiunta giustificata dal compositore e patriota italiano con l’intento di concludere con «un grido supremo, il quale è un giuramento e un grido di guerra».
Sul sito del Quirinale, in effetti, è stata scelta l’esecuzione del 1971 cantata dal tenore Mario Del Monaco, dove dopo i versi “siam pronti alla morte/l’Italia chiamò” segue solo musica, senza il grido finale. Il Canto degli Italiani nacque nel 1847 a Genova composto per l’appunto da Mameli, che morì due anni dopo, a soli 21 anni, difendendo la Repubblica Romana, e musicato da Novaro. Giuseppe Verdi, nel suo Inno delle Nazioni del 1862, affidò proprio al Canto degli Italiani — e non alla Marcia Reale — il compito di simboleggiare l’Italia, ponendolo accanto a “God Save the Queen” e alla Marsigliese. Ma era considerato un canto troppo repubblicano per essere l’inno durante il Regno d’Italia, tanto che i Savoia preferirono la Marcia Reale. Alla nascita della Repubblica, nel 1946, viene adottato come inno provvisorio; poi nel 2017 una legge gli conferì lo status ufficiale.
La direttiva, va specificato, non si estende agli ambiti sportivi. L’inno nazionale viene cantato regolarmente anche prima delle grandi competizioni internazionali e di altri eventi sportivi di rilievo. Difficile dire se si sceglierà di adeguarsi anche in quei contesti.
