Alla ricerca della perfezione utopica. Avrebbe potuto intitolarsi così il nuovo disco di Irama, Antologia della vita e della morte, in uscita domani per Warner Music. Un lavoro che arriva a tre anni dal precedente.
“Di questi tempi è un’eternità e non so nemmeno io perché sia passato tutto questo tempo, sinceramente. Volevo realizzare un disco perfetto, perché sono un insicuro – racconta il giovane artista, confermando le parole che ha affidato anche alle sue pagine social nei giorni scorsi -. La verità è che io ho avuto paura: paura di sbagliare, e basta. Mi sono preso il tempo necessario per studiare, per pensare. Avevo paura di deludere chi mi segue e forse anche me stesso, dato che sono sempre alla ricerca di una perfezione che so essere utopica”. Ad un certo punto però non era più possibile rifugiarsi nella tana sicura delle proprie insicurezze. “Ed è arrivato il momento di far entrare gli altri nella mia casa, ad aprire porte che un po’ per educazione, un po’ per indole sono abituato a tenere chiuse. Ma era la cosa giusta da fare”. Così ha preso vita Antologia della vita e della morte, “una raccolta di racconti, che racchiude sfumature della vita e della morte. Un dualismo che ha sempre caratterizzato l’uomo: il bianco e il nero, lo yin e lo yang”. Quattrodici i “racconti” di questo progetto, intimo e intenso. “Ogni sfumatura rappresenta tanti momenti di me, tante cose che ho vissuto, che ho pensato, che ho incontrato sulla mia strada”, spiega ancora Irama che ha voluto affrontare anche argomenti delicati come gli attacchi di panico (“qualcosa che conosco bene fin da ragazzo”) o quello del suicidio. “Un argomento che va trattato con molta delicatezza, con i guanti.
Ho cercato di calarmi nei panni di chi può avere questi pensieri di morte, con il massimo rispetto”.
Il disco, che oltre al brano Ex con Elodie uscito in estate presenta anche altre due collaborazioni, una con Achille Lauro e l’altra con Giorgia (“ascoltarla mi ha fatto venire la pelle d’oca”), è un universo di immagini e suggestioni, in cui memoria e presente si intrecciano in un racconto viscerale ed emotivo, dove i ricordi la fanno da padrone. Un viaggio sospeso tra fragilità e forza, vita e assenza, in cui ogni dettaglio si fa narrazione intima e universale, accompagnata da una solida struttura musicale. “Ho cercato un suono più organico rispetto al passato, anche perché la musica è in continuo cambiamento. Lo sento un disco live che non vedo l’ora di portare dal vivo. Ho abbandonato il concetto di bit, per andare verso la musica suonata”, sottolinea il cantautore che alla soglia dei 30 anni (“li compio a dicembre, quindi ho ancora il 2 davanti”), si prepara anche al suo primo stadio, l’11 giugno al San Siro di Milano. “L’idea, che ho portato anche nell’ultimo concerto all’Arena di Verona lo scorso 2 ottobre, era di ricreare un po’ l’atmosfera di casa: allo stadio sarà un po’ tipo condominio – ironizza -. Scherzi a parte, manca ancora un po’, ma ci sto già pensando. Voglio che sia indimenticabile ma non celebrativo: sono ancora troppo giovane. Anche se non considero per forza lo stadio una tappa obbligata, non esistono tappe obbligate nella musica”.
Come non lo è neanche il festival di Sanremo, al quale ha partecipato una volta tra le Nuove Proposte e cinque tra i Big, l’ultima delle quali lo scorso febbraio, arrivando nono. “È una vetrina fondamentale, ma nel 2026 non ci sarò perché sono concentrato sul disco e sul tour e non perché qualcuno pensa che a febbraio non sia andata come speravo. Non ce l’ho con il festival e non ce l’ho neanche con i giornalisti, non sono così sciocco da prendermela con una categoria. Ho sempre vissuto il festival come qualcosa di legato alla musica, alla canzone, alle emozioni”. Ed essendo musica ed emozioni strettamente legati all’anima, Irama rifugge anche l’intelligenza artificiale. “La uso per scegliere un piatto salutare quando sono in un ristorante all’estero, ma nella musica solo l’idea mi fa paura.
Le sfumature non possono essere scelte dall’algoritmo”. Lo stesso che Irama manda in tilt: “Passo da Beethoven a Camarón de la Isla e ai Pantera. Credo che l’apertura mentale faccia parte dell’evoluzione. Avere soltanto un’unica visione, preclude lo sviluppo delle capacità cognitive”.
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