L’ex ministro degli esteri di Singapore, George Yeo, è stato di recente in Croazia per una serie di lezioni. A un certo punto, si è messo a parlare di Venezia e Dubrovnik, ricordando quanto la loro storia sia stata per lui una fonte di ispirazione per capire meglio la posizione di Singapore, oggi secondo porto commerciale al mondo dopo Shanghai. Al pubblico di studenti e diplomatici ricordava la capacità veneziana di costruire navi all’Arsenale, con cui la Serenissima mostrava la sua potenza, e l’approccio di Dubrovnik di affidarsi alla protezione dell’Impero ottomano per garantire la propria sicurezza. In seguito, questo intellettuale-politico ha descritto la sua esperienza da consulente di Papa Francesco. Nel suo racconto le note su cibo e vino dei ristoranti romani si univano alle osservazioni sulla finanza vaticana e alle prospettive dell’Europa stretta tra la guerra commerciale di Trump e le minacce ai suoi confini.
È giunto il momento di chiederci: noi, europei e occidentali, siamo in grado di ragionare come George Yeo sugli altri mondi, protagonisti della crescita globale? Possiamo mentire a noi stessi e dire di sì, oppure affrontare la realtà, oppure possiamo dare la risposta giusta: no. George Yeo ci è chiaramente superiore: viene da un’altra storia ma conosce bene anche la nostra.
Il divario nella conoscenza degli altri è un tratto delle classi dirigenti occidentali non solo rispetto alle loro controparti asiatiche attuali, ma anche al passato della seconda metà del Novecento. La recente biografia dell’ex consigliere per la sicurezza nazionale e stratega di lungo corso degli Stati Uniti, Zbigniew Brzezinski, scritta dal giornalista del Edward Luce, mette in luce le varie sfaccettature, nel bene e nel male, di un vero “profeta della guerra fredda”.
Brzezinski, nato a Varsavia, apparteneva a un gruppo di persone immigrate dall’Europa verso gli Stati Uniti, come lo stesso Kissinger, che portavano competenze sulla storia e sul sistema di pensiero degli avversari.
L’architetto del contenimento, George Kennan, era un profondo conoscitore della storia e della letteratura russa, per cui aveva grande passione. Figure come il generale Brent Scowcroft o il presidente George H.W. Bush hanno costruito canali di comunicazione e rapporti di lungo corso con la Cina, anche nei momenti più difficili della relazione bilaterale, per esempio attraverso la relazione diretta con Deng Xiaoping. Il fatto che l’establishment della principale potenza mondiale viva una regressione intellettuale in quest’ambito non è una buona notizia per nessuno. Se non per Pechino, naturalmente.
Oggi, per gli Stati Uniti, la conoscenza dell’altro caratterizza senz’altro i rapporti personali con i leader delle monarchie del Golfo, un modello a cui l’amministrazione Trump dà grande importanza. Quanto alla Cina, negli Stati Uniti oggi si continuano a pubblicare bei libri, come la magistrale biografia del padre di Xi Jinping scritta da Joseph Torigian, il quale ha studiato anche gli archivi del Partito comunista italiano per comporre un eccezionale affresco del Novecento cinese (e taiwanese). L’influenza di questi lavori nei processi politici e nelle strategie, a parte qualche complimento di maniera e qualche frase fatta, è però pressoché nulla.
In un libro pubblicato quest’anno, , Edward Fishman, che ha una lunga esperienza al Dipartimento di Stato e al Dipartimento del Tesoro, racconta la nuova dinamica della sicurezza economica, in cui non contano più solo i tradizionali punti di strozzatura, appunto i geografici, ma le vulnerabilità economiche e tecnologiche.
Nell’aprile 2018, dopo le restrizioni statunitensi che bloccano le principali attività operative dell’azienda di telecomunicazioni cinese Zte, in Cina scoccò un vero e proprio campanello d’allarme. Un quotidiano gestito dal ministero della Scienza e della Tecnologia pubblicò una serie di articoli intitolati: «Quali sono i nostr?». L’analisi era incentrata sull’urgente necessità di eliminare la dipendenza da varie imprese o filiere controllate dagli Stati Uniti, e in grado di danneggiare le industrie cinesi e gli ambiziosi obiettivi tecnologici del Partito comunista.
Tuttavia, Pechino in quel passaggio storico non si limitò a mitigare le vulnerabilità (conoscere sé stessi), ma cercò attivamente di trasformare le proprie risorse in elementi d’attacco (conoscere gli altri sistemi), in linea con una tradizionale logica cinese. Dopo che gli Stati Uniti intensificarono la pressione su Huawei nel 2019, un bollettino dell’agenzia di pianificazione cinese pose apertamente una domanda: «Le terre rare diventeranno la contro-arma della Cina contro la repressione ingiustificata degli Stati Uniti?». In questo processo, all’interno di un periodo relativamente breve, per la Cina la conoscenza di sé e la conoscenza dell’altro sono divenute parte dell’arma economica, di un armamentario pronto a essere usato da chi sa quali sono le proprie vulnerabilità, quali i punti d’attacco, quali le riserve su cui contare.
L’arena della guerra economica va considerata anche sul piano culturale e mentale. Vivere nel nostro tempo significa saper definire quali siano le nostre “strozzature”, ma anche comprendere quali sia la ristrettezza della nostra mente, capire come le nostre prospettive sugli altri debbano essere ampliate, nel rispetto del resto del mondo, nella consapevolezza di essere solo un pezzetto del pianeta. Rovesciare la trappola dell’ignoranza occidentale è possibile, nel lungo termine, anche se è difficile. Altrimenti, non ci resta che ascoltare con ammirazione la lezione di George Yeo.
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