Non parole, cifre: se si applica la formula del test di leggibilità Flesch-Kincaid ai discorsi inaugurali dei presidenti americani, il risultato è da brividi. George Washington si insediò totalizzando un supremo 28,7 degno di un dottorato di ricerca, mentre Donald J. Trump sprofonda ben sotto la metà, al 9,4 di uno scolaro sedicenne. A riportare il dato è un articolo di pochi giorni fa sull’, secondo il quale il dislivello di quasi venti punti fra Washington e Trump costituisce un paradigma di due crisi profondamente correlate, quella della politica e quella della lettura.
Non si tratta di elevare la solita geremiade sui bei tempi andati, perché l’ declina la sua analisi partendo da evidenze numeriche come la contrazione di periodi sintattici nei bestseller o l’incapacità assimilativa di studenti universitari davanti a una pagina di Dickens, tutti segnali di un noto declino culturale i cui riflessi finiscono inevitabilmente sulla comunicazione politica, cioè sul più articolato e complesso discorso della . Insomma, se precipita la curva dell’attenzione, se si moltiplica lo smog narrativo, se gli stessi autori regrediscono nelle forme e nei contenuti, è difficile aspettarsi che da una simile Caporetto faccia eccezione la classe dirigente, espressione diretta di un corpo elettorale che non da ora reclama slogan di immediata digeribilità interpretativa.
Caso Kirk, “La lavagna della libertà”: il monologo di Stefano Massini
Quasi settant’anni fa ne coglieva i primi contagi un allarmato Elias Canetti, e oggi noi assistiamo alla fase più virulenta della pandemia, quella per cui la desertificazione culturale ha prosciugato le falde acquifere non solo del senso critico collettivo, ma della stessa idoneità a prefigurare l’effetto dopo la causa, con l’orizzonte che si minimizza nel qui e ora e guai a chiedere ulteriori sforzi cerebrali. D’altra parte, verrebbe da dire, lo stesso non si sottrae alla regola di riportare sotto il titolo dell’articolo suddetto il tempo di lettura di sette minuti, come si fa sui sentieri di montagna per informare l’escursionista prima che si accinga all’impresa, e chissà se presto troveremo anche sulle copertine dei libri una quantificazione in ore di dispendio richieste da o dai Karamazov.
LA SERIE DONALD DI STEFANO MASSINI
Perché leggere è un impegno, è un lavoro, altro che arricchimento, meno che mai piacere, con tanti saluti all’età dell’oro in cui Paolo e Francesca si baciavano per un libro, e galeotto chi lo scrisse. Che poi, alla riflessione potremmo aggiungere che la parabola del rapporto fra politica e libri è ancora più clamorosa se ne osserviamo l’evoluzione nell’arco temporale dell’ultimo secolo e mezzo. A fine Ottocento il socialismo prendeva forma dalle pagine del , esattamente come nel ’24 il nazismo nasceva da quelle del in cui il giovane Hitler ribatteva punto per punto alla dottrina messa per scritto da Marx, a determinare un autentico duello fra libri, e non per niente Goebbels si accanì proprio contro i libri nei suoi roghi in piazza. E Winston Churchill? Non ricevette il Premio Nobel per la Letteratura nel 1953?
Oltreoceano, era un lettore voracissimo il presidente Theodore Roosevelt, mentre in casa Eisenhower si leggeva la versione in greco della Bibbia. Per parte sua, Stalin declamava in russo Goethe e Shakespeare, scriveva poesie e apprezzava la letteratura americana a partire da Whitman. Alle nostre latitudini, infine, basterà ricordare il dibattito fra Palmiro Togliatti ed Elio Vittorini sull’opportunità di pubblicare Hemingway, senza tralasciare che Alcide De Gasperi, da buon bibliotecario, si rilassava la sera dai suoi impegni governativi dedicandosi all’ di Senofonte e alle virgiliane.
Non si tratta di comparare con la nostra attuale compagine (sarebbe impietoso) il livello di quella classe politica, tanto più che il vero abisso non sta soltanto lì, ma nel fatto che intorno a questa ci fosse un fenomeno di imponente cultura diffusa che organizzava premi letterari nelle fabbriche, corsi di scrittura nei circoli, dibattiti fra intellettuali nelle sedi politiche con la fila fuori per entrare, e soprattutto un’idea di scuola pubblica che per modello guardava a don Milani e non ai quiz di Mike Bongiorno.
Come scrive Jonathan Rose nel suo saggio sulla cultura nelle classi lavoratrici, era l’elettorato che si cibava di libri, e per conseguenza i politici si esprimevano con forme e riferimenti letterari. Sembrano istantanee da un passato ultraremoto, ma risalgono in fondo all’anticamera di quella travolgente fase successiva in cui il linguaggio della politica fu rapidamente costretto a emulare quello televisivo non soltanto negli stili e nei tempi, ma altresì nel suo nutrirsi di un immaginario nazionalpopolare sempre più declinato verso il basso, spesso in ostentata funzione anti-letteraria. Come nel Pinocchio di Collodi, così l’ebbrezza grossolana per lo svago aveva puntato al Paese dei Balocchi, per cui il politico acculturato si tramutò in secchione, e nelle arene dei talk ogni tentativo di argomentare fu additato come retorica, a cui sostituire un più redditizio repertorio di barzellette o di frasi a effetto messe giù da qualche guru del “parla come mangi”, che in tempi di fast-food e di junk-food già implicava l’esito del metodo. Il problema è che quella via era come una discesa senza freni, che come il napalm ha devastato simmetricamente gli scaffali delle librerie e gli scranni dei parlamenti, trascinandoci dall’antica agorà dei comizi al rodeo dei reality in cui la lotta per il primato si decide sui social, a colpi di sortite virali, di clip brevissime e di frasi estrapolate, cioè l’antitesi stessa del corpo letterario.
Dal romanzo all’aforisma, dal lungometraggio alla candid camera, dal discorso allo spot, è un percorso deleterio e pericolosissimo che in fondo incoronò Barack Obama e il suo puntare tutto su Facebook, quando ancora si riusciva almeno a far seguire un minimo di costrutto al terzetto soggetto-verbo-complemento oggetto, mentre oggi per Re Donald lo spazio naturale è quello ridottissimo di Truth, spesso con le lettere tutte in maiuscolo per rafforzarne l’impatto. Ma è FORTE. Sì, è TANTO forte. È anzi FORTE FORTE. Più di questo non ci si può aspettare.
