«E la salute a vendere per tutto il mondo io vo! Compratela, compratela, per poco io ve la do!». A questo grido il dottore enciclopedico Dulcamara entra in paese e sconvolge la cittadinanza. Promette alle matrone di cancellare le loro rughe, ai malati di guarire i loro acciacchi, alle vedove di asciugare le loro lacrime e ai giovanotti assicura che, una volta comprato il suo specifico, sarà sempre garantita una lunga fila di amanti. Questo è uno dei momenti più divertenti de L’elisir d’amore di Donizetti, melodramma in due atti che ho avuto la fortuna di vedere pochi giorni fa a Novafeltria, un paesino di settemila abitanti dell’entroterra romagnolo, che durante l’estate ospita una realtà culturale chiamata “Voci nel Montefeltro” capace di lasciare impresso a chi può farne esperienza un senso di sorpresa e ammirazione. In un contesto del genere ci si aspetterebbe che un’iniziativa legata al bel canto mantenga un profilo basso, ma la passione di Ubaldo Fabbri e di sua moglie Aldona Grzesiukiewicz porta da ventidue anni tra le strade di Novafeltria studenti da tutto il mondo e rende alla comunità un servizio che recupera quel valore dell’arte troppo spesso dimenticato: il valore civile.
I ragazzi che si esibiscono sono studenti appena laureati nelle università dei loro paesi d’origine che si sono iscritti ad un corso di formazione post-universitario. Il corso offre la possibilità di lavorare al fianco di professionisti (cantanti in carriera ed esperti del settore), di immergersi nella lingua e nella cultura italiana al fine di comprendere meglio l’immaginario delle opere e di impararne la dizione corretta e infine l’opportunità di fare un’esperienza professionale vera e propria prendendo parte alle opere che il festival produce. Le rappresentazioni che vediamo sono quindi il risultato di un lungo lavoro di specializzazione e sono i primi frutti di carriere che spesso raggiungono nel tempo vette altissime come non hanno mancato di dimostrare le storie dei singoli partecipanti.
«L’esperienza si dimostra spesso determinante», racconta Ubaldo Fabbri, musicista e vocal coach in pensione che segue i ragazzi dal loro arrivo fino all’entrata in scena. Molto spesso sono indecisi se inseguire il sogno di fare i cantanti di professione o lasciarsi scoraggiare dai timori e abbandonare l’idea sul nascere. Dopo aver calpestato le assi di legno del palcoscenico e aver vissuto intensamente la vita di tournée qualcuno capisce di non poterne fare a meno.
Dal punto di vista tecnico Fabbri si concentra sulla pronuncia, l’accademia Voci nel Montefeltro è infatti un’accademia di fonetica italiana per il bel canto che ha a cuore i temi dello stile e dell’intelligibilità. Capita spesso che l’opera risulti indigesta proprio per questo motivo, ossia la difficoltà di comprendere la storia perché non si capiscono le parole. È per questo che Fabbri tiene a battesimo i giovani cantanti (e i loro maestri) sotto il segno del “dire bene” nella speranza di contribuire attivamente al futuro di un’opera sempre più aperta a tutti e restituita al gusto degli spettatori che hanno il diritto di godere a pieno di ciò che vedono e per cui hanno pagato. A proposito di pagamento le opere e i concerti sono gratuiti, i costi sono coperti dagli studenti che pagano il corso e dall’aiuto di alcuni sponsor locali.
L’arrivo di Dulcamara nel villaggio non è tanto diverso dall’arrivo delle centinaia di ragazzi a Novafeltria. La sensazione di meraviglia è la stessa, ma se il primo è un ciarlatano, questi la magia la fanno davvero. Appena si entra nel piccolo teatrino sociale di inizio Novecento, si vede prendere posto nel poco spazio ricavato davanti al proscenio l’orchestra ridotta della città di Ravenna. Il sipario si apre e pochi elementi riempiono la scena. Nell’immaginario collettivo opera è sinonimo di sfarzo, siamo abituati a vedere scenografie faraoniche e a lasciarci sorprendere da queste, ma la vera sorpresa qui è scoprire che si può rappresentare un Elisir d’amore degno dei grandi teatri con una scenografia di cartone, un tavolino di legno e due sedie impagliate.
Vediamo Adina muoversi nella sua gonna verde da villanella, sempre attenta a tener viva la passione di Nemorino, ragazzo innamorato di lei, ma da lei sempre crudelmente rifiutato. Il giovane contadino sospira e si lagna nel suo gilet blu (dopo la marsina di Werther un capo d’abbigliamento blu è condizione necessaria se si vuole soffrire d’amore), mentre lei inizia a leggere ad alta voce la dolce storia di Tristano e Isotta e a raccontare di come la regina abbia improvvisamente ricambiato il sentimento di Tristano grazie all’intervento di un magico elisir che desta amore. Quando il dottore enciclopedico arriva in città è facile immaginare il primo pensiero di Nemorino. Il genio di Dulcamara, come abbiamo detto, raggiunge i confini di tutto il sapere umano e nella sua carretta si possono trovare i rimedi per ogni male, dalle cimici all’asma. Non appena si dirada la rustica folla, che si era accalcata per comprare i rimedi del professore, il nostro ingenuo giovanotto si avvicina e picchiettando pudico con il suo ditino l’abito damascato del furfante, gli chiede se per caso non abbia nella sua carretta anche quell’elisir che aveva fatto innamorare Isotta. Naturalmente Dulcamara ne è il più illustre distillatore.
La storia dopo mille peripezie giunge al suo lieto fine: sebbene la pozione bevuta da Nemorino altro non fosse che vino rosso, Adina lo ricambia e i due si fidanzano con un bacio che chiude il sipario e mette fine al sogno che gli spettatori hanno vissuto in comunione con i cantanti e i musicisti. L’entusiasmo che lo spettatore si porta a casa è così grande perché si ha la sensazione di aver assistito a un qualcosa di importante.
Quell’Elisir d’amore andato in scena nei giorni scorsi è l’esperienza di affermati professionisti messa a disposizione di ragazzi che lavorano da anni per realizzarsi e che regalano, nel vero senso della parola, a noi le primizie del loro impegno. È la cultura di oltreoceano che passeggia per le strade di un paesino italiano e che al contrario del turismo di massa, a cui ci siamo abituati, non pretende solo di ricevere, ma lascia qualcosa di sé e contamina positivamente la realtà che la ospita. Sono le fatiche di un professore pensionato e di sua moglie che, grazie all’aiuto di sponsor locali e di amici, senza la pretesa di guadagnare alcunché, si sobbarcano da più di vent’anni alla fatica di creare una realtà vivace e di alto livello. Questa è solo una delle tante realtà italiane che rimangono sconosciute e che silenziosamente portano avanti la cultura. Dovrebbe farci riflettere.
LA SERIE – PANORAMI
Oltre a questa serie sul giornale, Edoardo Prati tiene sul sito di Repubblica la serie di interviste video “La periferia del tempo”. Se ci togliessimo il gilet blu della lamentela a cui tanto siamo affezionati e le forze che spendiamo per dire quanto tutto vada male le impiegassimo nel sostenere queste realtà, forse saremmo spinti a un sussulto di coscienza per non averlo fatto prima, ma di certo ci sarebbero più elisir d’amore per tutti noi.
