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Ma com’è triste Venezia dove gli unici fantasmi siamo proprio noi turisti

Se vai a Venezia per la prima volta, come è successo a me, quando sei un bambino di dieci anni incline alla timidezza e alla vivida immaginazione, è facile credere che la città sia la dimostrazione che le tue più gloriose e improbabili fantasie esistono veramente. Venezia ti appare all’inizio come un intrico di torri e campanili, alti sull’acqua; una città che fatichi a credere concepita da una mente umana e costruita da una mano mortale. Se sei un bambino sufficientemente pratico con i sogni, ti convincerai che i tuoi genitori, dopo averti trascinato da un sito archeologico all’altro, chiedendoti di figurarti dei templi dorati al posto di qualche pietra sparsa qua e là, abbiano voluto premiare la tua pazienza con un viaggio in questa città segreta chiaramente edificata dagli extraterrestri, in cui tu credi con fervore. La prima volta che vedi Venezia, dalla prua di un vaporetto, ti giri a guardare i tuoi genitori con espressione strabiliata ma compiaciuta – avevi sempre avuto ragione riguardo all’esistenza degli alieni. I tuoi genitori, a ogni modo, suppongono che tu sia semplicemente felice di visitare questa città incantata che sfida la gravità.

Col passare del tempo, i tuoi genitori concluderanno che stai finalmente abbracciando Gesù, cosa che farà tirare loro un sospiro di sollievo. Erano preoccupati per l’immortalità della tua anima, per le tue empie domande su Dio (Credete davvero che sia lo stesso dio della gente di Alfa Centauri?) e per la tua insistenza nell’affermare che i libri di Philip K. Dick sono più realistici della Bibbia. Sarai, dopo Venezia, più ottimista e meno polemico in merito alle questioni religiose. Ti tratterrai dal dire loro – li farebbe solo impensierire di più – che, al posto della chiesa, è Venezia che hai accolto nel tuo cuore, e che la tua fede inedita non è rivolta al nostro salvatore, ma a una città che all’improvviso ti ha persuaso della terrena manifestazione del divino. Da allora, sono decenni che sogno Venezia, e sono secoli che Venezia sogna se stessa. Nel corso degli ultimi cinquecento anni è rimasta pressoché immutata. Noi che ci rechiamo a visitarla, adulti o bambini, veniamo calorosamente invitati a farci pervadere dalla meraviglia. La bellezza, dopotutto, è fatta per essere guardata. Visitare Venezia, comunque, assomiglia più a un pellegrinaggio che a una forma di turismo, a prescindere da quanta smania abbiamo di perderci tra le sue vie e di lasciarci trasportare lungo i suoi canali.

Non me ne resi conto, durante quella mia prima visita. Per la mia mente di bambino, fu come entrare a Gran Burrone, la città degli elfi del . Mi parve impossibile e al contempo geniale che al posto delle strade ci fossero canali. Volevo percorrerne ogni centimetro. Volevo praticamente tutto quello che vedevo in ogni vetrina: maschere di carnevale, taccuini in carta marmorizzata, lampadari di Murano che, sostenevo, sarebbero stati perfetti per il nostro soggiorno dal soffitto basso, a Los Angeles.

Dopo ore di straziante indecisione (Scegli una cosa sola, va bene, tesoro?) mi fu permesso di comprare un cavallino in vetro di Murano, color acquamarina, con i fianchi ricoperti di piccole stelline rosse. Me ne pentii quasi subito (Perché ho scelto proprio lui?), benché, al nostro ritorno a casa, quando le opzioni scartate avevano ormai perso il loro fascino, il cavallino di vetro divenne una specie di talismano poggiato sopra al mio comodino – un tesoro proveniente da un altro pianeta.

Rimase lì fino a quando, volubile come la maggior parte di noi, ero ormai al liceo e non protestai quando mia madre lo diede in beneficenza assieme a tutte le altre suppellettili ormai inutilizzate. Nonostante tenessi ancora moltissimo ai miei ricordi di Venezia, speravo fosse in corso una metamorfosi che mi avrebbe condotto a una versione meno sentimentale di me, una persona che avrebbe saputo apprezzare un’esperienza senza tenere in considerazione i beni materiali. Ho capito, da allora, che i souvenir di Venezia tendono a perdere la loro magia nel corso del tempo, perché Venezia è un luogo ma è anche un portale. Pur adorandola, pur subendo il suo sottile influsso trasformativo – la bellezza sconfinata può produrre simili effetti –, non si può davvero possederla, in nessun modo, non importa quanto a lungo vi restiamo o quali bottini riportiamo a casa. Andare a Venezia significa, molto di più rispetto alla maggior parte delle città, visitare uno straordinario museo dedicato a glorie perdute, ricolmo di meraviglie note e sconosciute, dove possiamo varcare un passaggio spaziotemporale verso il passato e constatarlo così vividamente presente a se stesso quanto lo siamo noi, quanto ci percepiamo noi, qui e ora. È una cosa, questa, che non è possibile riportare a casa.

Fu scioccante per me scoprire, durante quel viaggio d’infanzia, che Venezia sta affondando. Quando ricevetti per la prima volta quest’informazione, mi parve che Venezia sarebbe stata, che Venezia doveva, essere salvata. Avevamo mandato degli uomini sulla luna. Di certo avremmo saputo mettere al sicuro la più preziosa città del mondo, una città che resisteva già da secoli. Ma Venezia, a tutti gli effetti, sta affondando. Chi tra di noi fatica a comprendere che il mare ha sempre la meglio, nel lungo periodo? Crescendo, sono arrivato a pensare che questa sia probabilmente una delle ragioni per cui amo così tanto Venezia. Ha una durata. Attraversa gli anni attendendo la sua stessa fine.

Ho scoperto che Venezia è forse l’unica città in cui Google Maps non funziona. Possiamo fissare una destinazione, seguire la linea tratteggiata sui nostri telefoni cellulari passando da una via all’altra, solo per ritrovarci, per la seconda o terza volta, in una piazza o su un ponte che pensavamo di esserci lasciati alle spalle, come ci assicura Google mentre procediamo. È possibile, a Venezia, perdersi tal punto da farci domandare se ritroveremo mai la strada, anche solo per fare ritorno al nostro hotel o alla nostra pensione. È possibile immaginarci a vagare per giorni, sempre più desolati e logori, con il telefono ormai morto (se potessi, chi è che chiameresti per chiedere aiuto?), seguendo le indicazioni dei negozianti stufi di venire interpellati, solo per scoprire di essere finiti nella stessa piazza, o che stiamo attraversando lo stesso ponte, per la centesima volta.

Il sottinteso è evidente. A Venezia, le destinazioni esistono solo per indurci a cercarle. Il tempo è immateriale. A Venezia non ti sei mai, tecnicamente, perso, perché la nozione esatta del perdersi è un’illusione. Non hai bisogno di trovare la strada. Hai bisogno di riconoscere che l’hai trovata. Semplicemente, può non essere quella che ti riporta dove ti aspettano degli asciugamani puliti e la tua valigia accanto alla porta.

Come la maggior parte delle città, Venezia è infestata, ma non da fantasmi veri e propri. Io, a dire il vero, non credo ai fantasmi. L’idea stessa dei fantasmi mi appare un modo di ostinarsi a creare spettrali ricordi di ciò che invece è vivo. Spero che i morti abbiano qualcosa di meglio da fare che infastidire noi, che morti non lo siamo ancora. I luoghi, tuttavia, possono essere infestati anche dalle innumerevoli anime che vi sono vissute e morte, i cui spiriti, nel tempo, si sono infiltrati nei muri di una città come fumo di sigaretta, generazione dopo generazione.

In ogni città, delle persone sono state uccise durante giornate che a loro sembravano perfettamente normali. In ogni città, delle persone sono morte all’improvviso, lasciando un lavoro a metà, un amore non confessato. In ogni città, genitori hanno creduto che le loro preghiere potessero salvaguardare i figli dalla Peste Nera. Ciò detto, Venezia è infestata in modo più tangibile di quasi ogni altra città. Sarebbe un errore, però, attribuire un’atmosfera fantasmatica alla sua profusione di vicoli muschiosi, o citare il sottofondo di solitudine che la anima anche quando è percorsa dalla folla.

Se esistono dei fantasmi a Venezia, siamo noi, eterei tra tutti i nostri sacchetti dello shopping e le scarpe comode, le macchine fotografiche e le nostre conversazioni. A dispetto della nostra corporeità, fluttuiamo. In realtà, non abbiamo nulla da fare qui. La nostra unica identità è determinata dall’essere turisti, un sinonimo forse di fantasmi.

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da Author
«La piccola, cresce sana e cattiva. Morde chiunque e mangia le arance…