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Melnyk: “Se Putin sta ai patti può essere il prologo per una tregua vera”

«La tregua energetica di sette giorni può portare a un cessate il fuoco più ampio e duraturo, ma solo a certe condizioni». Oleksiy Melnyk, direttore dei Programmi di sicurezza internazionale del Razmukov Centre, uno dei più ascoltati think tank ucraini, vuole essere ottimista. Risponde al telefono dal suo appartamento di Kiev dove, per sette giorni di fila, ha dovuto fare a meno del riscaldamento e dell’elettricità.

Signor Melnyk, di quali condizioni parla?

«Intanto bisogna vedere se reggerà davvero per una settimana. La Russia ha mille modi per far saltare la tregua, per esempio inventandosi provocazioni o falsi attacchi da parte ucraina. E, osservo, sette giorni sono anche il tempo medio necessario al loro esercito per preparare un attacco su larga scala».

Se tra sette giorni la tregua sarà ancora in piedi, cosa succederà?

«Potrebbe diventare il primo passo verso la tregua vera».

Cosa glielo fa pensare?

«Il fattore principale è, e rimane, Donald Trump, la sua capacità di imporre condizioni a Putin al tavolo del negoziato. Abbiamo motivo di credere che la leadership russa, al di là della sua stessa retorica, si sia convinta che la Russia non potrà portare avanti la guerra a tempo indefinito».

Perché?

«Cominciano ad avere seri problemi finanziari e di risorse umane, necessarie per alimentare le forze armate. Oltretutto lo scenario geopolitico le è avverso, perché, impegnata totalmente nel conflitto con l’Ucraina, sta perdendo la Siria e ora forse perderà l’Iran, due alleati storici».

Quali temperature vi aspettate nei prossimi giorni?

«In alcune zone dell’Ucraina si arriverà a -30 gradi, a Kiev dovremmo avere -24 gradi per tre notti consecutive. È l’inverno più duro che ci troviamo ad affrontare, gli ucraini sono davvero stanchi».

Ma non era esattamente ciò che voleva Putin con la campagna di bombardamento delle infrastrutture energetiche? Perché, dunque, si ferma ora?

«Vero. Può darsi che abbia ottenuto da Trump qualche concessione che non conosciamo, oppure è stato minacciato dal presidente americano. C’è anche da dire che la campagna di attacchi non sta producendo effetti concreti sul campo di battaglia, perché le nostre forze armate si appoggiano a generatori, non alla rete elettrica nazionale. E, nonostante le difficoltà quotidiane, il freddo e la stanchezza, il nostro popolo non ha intenzione di arrendersi».

La tregua energetica può servire a Putin come test per capire come reagiscono i russi di fronte a un compromesso sulla guerra?

«Non credo che a Putin interessi molto l’opinione pubblica. È più preoccupato per la tenuta della leadership interna e per la liquidità dello Stato. Se continua a perdere 33 mila soldati al mese, come è successo a dicembre, avrà bisogno di fare un’altra mobilitazione e può avere difficoltà a pagare gli stipendi. Anche a lui fa comodo che per qualche giorno i missili ucraini non colpiscano oleodotti e raffinerie a Belgorod e nel Kursk».