KIEV – L’Ucraina è «pronta a compiere passi concreti. Riteniamo realistico raggiungere una pace dignitosa e duratura». Volodymyr Zelensky raramente è stato così esplicito. Alla vigilia del nuovo round di negoziati trilaterali, che inizierà domani ad Abu Dhabi e dovrebbe continuare giovedì, ieri il presidente ucraino ha pubblicato quella che pare un’apertura di credito per un accordo di pace. Mai aveva usato parole che potessero essere interpretate come il segnale che sia venuto il momento di accettare i termini di un accordo duro per l’Ucraina. Zelensky non lo dice, non parla di rinunce territoriali né degli altri nodi al pettine di una bozza in cui le posizioni della parte sembrano ancora lontane, ma le sue parole fanno alzare il sopracciglio anche agli analisti più scettici con cui abbiamo parlato delle trattative in corso.
E se persino un falco come l’Alto commissario Ue Kaja Kallas ora dice che «l’Ucraina è disposta a fare concessioni perché vuole che la guerra finisca», ci sono almeno altri due elementi che danno la misura del guado che Kiev sta attraversando. Il primo sono le parole usate dal primo ministro polacco, Donald Tusk, per annunciare la visita nella capitale ucraina in contemporanea con il trilaterale negli Emirati: «In questo momento drammatico l’Ucraina non può rimanere sola», ha twittato, e pare difficile riferire le sue parole al gelo e alla crisi energetica piuttosto che alle decisioni da prendere ad Abu Dhabi. L’altro è un segnale politico preciso, arrivato ieri con l’intervista del britannico The Independent al governatore di Mykolaiv, Vitaliy Kim. È un fedelissimo di Zelensky, scelto personalmente dal presidente per dirigere la regione dopo aver guidato a livello locale i suoi Servi del Popolo alle presidenziali del 2019. «La terra è importante — dice Kim — ma le persone lo sono di più, e la situazione è tale che non sappiamo cosa accadrà domani. Per me la vittoria sono i confini del 1991, ma tutti sono molto stanchi. Per il popolo penso che la vittoria sia semplicemente porre fine alla guerra e dare qualche garanzia di sicurezza per il futuro. Per la maggior parte del popolo consiste nel tornare a vivere come prima dell’invasione».
Sono parole che suonano rivoluzionarie, se pronunciate da qualcuno vicino alla Presidenza in un Paese in cui il dissenso è fortemente limitato dalla legge marziale. Ma è chiaro che il clima è cambiato. Né il massacro dei minatori o i sei feriti dell’ospedale ostetrico di domenica, né i droni esplosi ieri nel mercato di Kharkiv hanno cambiato la linea del presidente nei confronti della trattativa. Mentre ieri il Cremlino ribadiva che «truppe straniere in Ucraina sono inaccettabili e sarebbero un obiettivo legittimo», Zelensky riuniva la squadra negoziale — Rustem Umerov, Kyrylo Budanov, Serhiy Kyslytsia, Andrii Hnatov e Oleksandr Bevz, oltre al leader del partito Davyd Arakhamia che non era presente ma parteciperà alla missione — «con cui ho concordato il quadro dei colloqui e gli obiettivi specifici». D’altronde persino il Kiis, l’Istituto di sondaggi di Kiev con posizioni atlantiste, ieri ha rivelato che la percentuale di ucraini che non si dichiara disposta a cedere il Donbass per una pace con garanzie è calata al 52%, mentre il 40% è disposto a firmare.
Alle prese con l’ondata di gelo, Kiev si concentra a sopravvivere: secondo le autorità ieri sera c’erano ancora duecento palazzi senza riscaldamento. Ma «non ci sono stati attacchi mirati alle infrastrutture energetiche», dice il presidente suggerendo che la tregua energetica regge nonostante la confusione nelle parole del Cremlino. È in vigore? Fino a quando durerà, chiedono i giornalisti al portavoce di Putin, Peskov: «Non ho nulla da aggiungere a quando abbiamo parlato specificamente del 1° febbraio».
I siti di monitoraggio ucraini ripetono che ci sono segnali di prontezza per un nuovo attacco massiccio che potrebbe scattare in qualunque momento. Ma a Kiev la gente confida nel fitto calendario di visite istituzionali di questi giorni, che di solito tengono alla larga i missili: si inizia oggi con il segretario generale della Nato, Mark Rutte, che terrà un discorso alla Rada.
