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Borse, ecco perché l’Europa adesso potrebbe sorprendere (e su Wall Street regna l’incertezza)

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Davvero istruttiva è l’analisi di Candriam sull’Ue. Fin dal titolo: «Eurozona: aumenta il rischio di recessione. Probabile rialzo tassi a settembre». Parrebbe una perfetta contraddizione, ma la società argomenta, numeri alla mano, l’inesorabile declino del Vecchio continente. La «crescita s’è ulteriormente indebolita», dice, citando gli indice Pmi che «si stanno muovendo nella direzione sbagliata». Anche «l’inflazione sta andando nella direzione opposta», aggiunge, poiché quella primaria è superiore al 3% e quella core mostra «segni di una rinnovata pressione al rialzo». Pertanto «il rischio di recessione è aumentato e la divergenza con gli Stati Uniti s’è ampliata», conclude. Che disastro! Avesse avuto la prudenza d’aspettare un giorno, e vedere come sono usciti gli indici Pmi e i dati sull’inflazione, forse l’esperto di Candriam avrebbe evitato una figuraccia. L’attività dei servizi è cresciuta di quasi due punti e, a 49,4, ha quasi raggiunto la soglia di equilibrio. Nel complesso l’indice composito è risalito a 50 dal 48,5 di maggio. L’inflazione, anziché andare nella direzione opposta, è scesa di ben 4 punti al 2,8% e quella core, al 2,4% (dal 2,6%), non è lontana dalla quota di riferimento della Bce.

Qualche modesto segno di cedimento l’ha semmai mostrato l’America, con gli indici Ism manifatturiero e servizi in leggero calo, sebbene sempre a segnalare espansione. Quanto all’inflazione americana occorrerà osservare il dato di domani. Per ora si può solo notare che è circa un punto percentuale superiore a quella d’Eurozona. Non per questo, par di capire dal nostro esperto, la Fed alzerà i tassi, come invece farà la Bce. Analisi di questo genere sono il risultato di un malcelato pregiudizio nei confronti dell’Europa (Candriam ha sede in Lussemburgo ma è controllata da New York Life).
Anche altri colossi Usa non sono teneri verso di noi. BofA ammette che l’inflazione in Eurozona è un po’ meglio di quanto si pensasse. Ma non per questo la Bce esiterà a rialzare i tassi. Goldman Sachs dà poca importanza agli ultimi dati e prevede un’inflazione in crescita per fine anno. Entrambe danno per scontato un nuovo rialzo dei tassi Bce e, specie BofA, per certi almeno due o tre tagli nel 2027 (tasso depo all’1,5% dall’attuale 2,25%), pur stimando una crescita del pil quattro o cinque volte inferiore a quella americana quest’anno e circa la metà nel 2027. Non si capisce perché una banca centrale debba rendere restrittiva la sua politica monetaria per farla ultra espansiva sei mesi dopo.
Almeno su una cosa BofA ha capitolato: l’obiettivo dell’indice Stoxx, da anni previsto in forte caduta, è stato alzato a 630 punti, lievemente più basso di oggi. Se può apparire troppo severa nei nostri confronti, bisogna dire che lo è anche per Wall Street, poiché continua a stimare l’S&P 500 a 7.100 (-5%). Eppure, a dispetto dei poco lusinghieri giudizi sull’Europa, qualcosa sta cambiando sui mercati, forse in analogia con quanto avvenne nei primi mesi dello scorso anno. Dal 10 giugno, ossia da quando si percepirono le prime crepe nella generalizzata euforia per l’Ai, fino al 3 luglio, l’indice Stoxx è cresciuto del 5,6% e lo Stoxx 50 (d’Eurozona) del 6,7%, oltre il doppio dell’S&P e Nasdaq, ben più dei semiconduttori e dei, un tempo gloriosi, Magnifici 7.

È il risultato della rotazione: via dai tecnologici e verso i titoli tradizionali, s’è detto. Non per niente anche l’indice S&P Equal Weight e il Russell 2000 hanno guadagnato ben più dei principali indici. Ma la mania per l’Ai è dura a morire e, mercoledì, con Nasdaq e S&P che a metà giornata perdevano ben oltre l’1%, tutto s’è di nuovo capovolto e i titoli tecnologici sono di nuovo risorti, con escursioni di oltre il 13%, come nel caso di Sandisk. È troppo presto per cantare il de profundis sul settore. Due anni di strepitosi guadagni per i titoli dell’Ai hanno creato tra i piccoli investitori la cultura dei rialzi infiniti, per cui due o tre giorni di ribassi sono una ghiotta occasione per tornare a comprare: anche se, come nella seduta di mercoledì, il petrolio è salito a 80 dollari e il rendimento del Treasury, al 4,6%, è al massimo da maggio. Eppure la rotazione verso le borse europee avrebbe senso.
Se l’Ai sta diventando una commodity, sempre più a buon mercato, come sostiene Alberto Tocchio di Kairos, aumentano i vantaggi per gli utilizzatori e si riducono per chi la produce a costi e investimenti esorbitanti. In Europa, prosegue Tocchio, le valutazioni azionarie sono «significativamente inferiori rispetto agli Stati Uniti», mentre già si notano diversi elementi favorevoli: riforme strutturali (specie in Germania), inflazione che rallenta e un ciclo manifatturiero che potrebbe aver toccato il minimo. Per queste ragioni l’Europa «potrebbe essere una delle sorprese del secondo semestre».

Gran parte delle società d’investimento del Vecchio continente hanno assunto un atteggiamento moderatamente positivo sull’economia e le borse o, quantomeno, si dicono assai meno pessimiste, come la svizzera Ubs e l’inglese Columbia Threadneedle. Più ottimiste sono la francese Axa, che riecheggia le argomentazioni di Tocchio, l’olandese Robeco e UniCredit. Ma lo sono anche la statunitense Capital Group e la canadese Rbc. Assai lusinghiera suona l’analisi di S&P Global sul sistema bancario europeo, che mostra una solidità probabilmente maggiore di quello americano. E i due istituti più redditizi e meno esposti a rischi sono le italiane Intesa e UniCredit. Dall’insieme emerge un quadro promettente, sia per la nostra economia, sia per i mercati. Sempre, purtroppo condizionato dalle bizze di Trump, come ancora s’è visto la scorsa settimana.

26 lug 2026 | 13:59