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Capitali cechi nel Made in Italy: da Pirelli a Ferretti, da Unieuro alle farmacie, la mappa degli investimenti e chi sono i protagonisti

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Con 987 milioni di euro Michal Strnad non ha acquistato soltanto il 14% di Pirelli. L’operazione annunciata giovedì 30 luglio modifica gli equilibri azionari del gruppo della Bicocca, riducendo dal 34,1% al 20,1% la partecipazione della cinese Sinochem e trasformando Camfin, che possiede circa il 26%, nel primo azionista. Lumina Crown, il veicolo d’investimento di Strnad, entra al terzo posto con una quota rilevata al prezzo di 6,50 euro per azione e con l’impegno dichiarato a considerarla un investimento di lungo periodo.

L’arrivo di Strnad aggiunge Pirelli alla mappa, sempre più articolata, degli investimenti cechi nelle aziende italiane. Non si tratta di una cordata e neppure di una strategia coordinata da Praga. I protagonisti operano in settori diversi e con modelli differenti. In comune hanno capitali propri, gruppi cresciuti oltre i confini nazionali e l’ambizione di diventare interlocutori industriali europei, non semplici investitori finanziari.

Strnad, 33 anni, è il proprietario di Czechoslovak Group, uno dei maggiori beneficiari dell’aumento della spesa militare seguito all’invasione russa dell’Ucraina. In Italia CSG era già entrata nel 2022 con l’acquisto del 70% di Fiocchi Munizioni, affiancando la famiglia Fiocchi e Charme Capital Partners. L’anno successivo ha rilevato l’80% di Perazzi, storico produttore bresciano di fucili sportivi e da competizione, lasciando alla famiglia fondatrice il restante 20% e la gestione dell’azienda. Pirelli segna però un cambio di scala e, almeno in apparenza, anche di settore: dai prodotti per la difesa a uno dei principali marchi mondiali dei pneumatici ad alte prestazioni.

Non è stato annunciato un accordo fra Strnad e Camfin, né si può ancora parlare di un nuovo assetto concordato della governance. Ma l’uscita parziale del gruppo pubblico cinese rafforza oggettivamente la posizione di Marco Tronchetti Provera e attenua uno dei nodi che da anni condizionano Pirelli: il difficile equilibrio fra Sinochem, gli altri azionisti e le prescrizioni imposte dal governo italiano attraverso il golden power per proteggere tecnologie e informazioni considerate strategiche.

Nella nautica di lusso si muove Karel Komárek, fondatore di KKCG. Dopo essere stato investitore di riferimento nella quotazione milanese di Ferretti, KKCG Maritime ha lanciato un’Opa parziale con l’obiettivo di salire dal 14,5% al 29,9%. L’offerta, conclusa ad aprile, ha portato la partecipazione al 23,23%. Il gruppo cinese Weichai resta il primo azionista e mantiene il controllo di Ferretti, ma KKCG ha chiesto un ruolo più incisivo nel consiglio e nella definizione della strategia. Il confronto riguarda la crescita per acquisizioni, l’impiego delle risorse finanziarie e la possibilità di estendere le competenze di Ferretti anche alla cantieristica per la difesa.

Pirelli e Ferretti presentano così un’analogia, ma non sono casi identici. In entrambe le società un investitore ceco entra in un equilibrio azionario dominato o condizionato da un socio cinese. In Pirelli, tuttavia, Sinochem ha ceduto direttamente parte della propria partecipazione dopo gli interventi del governo italiano. In Ferretti, invece, Weichai non ha aderito all’offerta di KKCG e conserva la propria posizione: lo scontro è industriale e societario, non il risultato di un disimpegno concordato.

Il terzo protagonista è Daniel Křetínský, che ha costruito una rete di partecipazioni europee nell’energia, nel commercio, nella logistica e nei media. La sua presenza italiana comincia da lontano. Nel 2015 EPH acquistò da E.On le attività italiane nella generazione a carbone e gas, oggi gestite da EP Produzione, cui fanno capo impianti come la centrale termoelettrica di Ostiglia.

Nel commercio Křetínský opera attraverso Fnac Darty, della quale è diventato il maggiore azionista e sulla quale ha lanciato nel 2026 un’offerta per acquisirne il controllo. Era stata Fnac Darty, insieme a Ruby Equity Investment, società riconducibile alla sua Vesa Equity Investment, a promuovere nel 2024 l’Opa su Unieuro. L’operazione ha inserito la rete italiana in un gruppo europeo dell’elettronica di consumo con oltre 10 miliardi di ricavi. È dunque un investimento indiretto, costruito attraverso Fnac Darty, che un’acquisizione personale di Unieuro.

Anche l’acquisto della britannica International Distribution Services, la holding di Royal Mail e della rete internazionale dei pacchi GLS, appartiene all’espansione europea di Křetínský e mostra la dimensione raggiunta da un gruppo capace di concludere un’operazione da 3,57 miliardi di sterline e di assumere impegni con il governo britannico su sede, occupazione e continuità del servizio.

Alla mappa va aggiunto Marek Dospiva, cofondatore di Penta Investments, gruppo nato nella transizione post-comunista cecoslovacca e oggi attivo nella sanità, nei servizi finanziari e nell’immobiliare. Attraverso Dr. Max e Farmacie Italiane, Penta ha costruito una presenza nel mercato italiano delle farmacie, confermando che l’interesse dei capitali dell’Europa centrale non si limita alla difesa e alle grandi aziende quotate.

Non si tratta, però, di una cordata coordinata da Praga. I protagonisti operano in settori diversi e seguono strategie differenti. In comune hanno capitali propri, gruppi cresciuti oltre i confini nazionali e l’ambizione di diventare interlocutori industriali europei, non semplici investitori finanziari. CSG è un gruppo industriale concentrato nella difesa; KKCG investe capitale proprio in attività che vanno dalle lotterie all’energia e alla tecnologia; EP Group è un conglomerato europeo; Penta opera come gruppo d’investimento. Anche il rapporto con il management varia da caso a caso e non autorizza a considerarli automaticamente investitori più pazienti o meno esigenti dei fondi internazionali.

Il fenomeno segnala piuttosto il cambiamento della geografia del capitale europeo. La crescita della difesa, dell’energia e della manifattura nell’Europa centrale ha fornito a questi gruppi risorse da reinvestire e una base industriale ormai integrata con Germania e Nord Italia. La Repubblica Ceca non è più soltanto una destinazione produttiva della vecchia Europa occidentale: alcuni dei suoi imprenditori dispongono ora dei mezzi per acquistare quote rilevanti nei gruppi che un tempo guidavano quella stessa integrazione.

A ciò si aggiunge il fattore geopolitico. Le restrizioni imposte dal governo italiano a Sinochem mostrano come una partecipazione cinese possa diventare un problema operativo quando tecnologie, dati e mercati strategici entrano nel perimetro della sicurezza nazionale. Gli investitori cechi, appartenendo all’Unione europea e alla Nato, incontrano meno ostacoli politici e possono rilevare quote cedute da soci extraeuropei. Pirelli è il caso più evidente; non significa però che sia in corso un’uscita generalizzata della Cina dal Made in Italy, come dimostra il controllo ancora esercitato da Weichai su Ferretti.

Il passaggio successivo riguarderà il ruolo dei nuovi azionisti. In Pirelli Strnad entra con il 14% senza che sia stato annunciato un accordo con Camfin; in Ferretti KKCG, dopo essere salita al 23,23%, ha già chiesto maggiore peso nel consiglio e nella strategia. La presenza ceca non si esaurisce dunque nell’apporto di capitali: modifica gli equilibri proprietari e apre un confronto sulle scelte industriali. Sarà la governance, più della nazionalità degli investitori, a stabilire se questi ingressi produrranno alleanze stabili oppure nuovi conflitti fra soci.

31 lug 2026 | 12:13