Chi tiene sotto scacco l’Europa? Pesa più la Cina di Xi che Trump o Putin: la mappa della «pressione economica»
Il livello di pressioni, restrizioni o minacce in ambito commerciale o finanziario utilizzate da altri Paesi per condizionare le decisioni politiche dell’Unione europea è aumentato di otto volte dal 2018 a oggi. Gli autori di queste pressioni sono prevalentemente tre: Cina, Stati Uniti e Russia. Ma la minaccia più persistente e duratura arriva da Pechino, come evidenzia la nuova analisi dell’Ispi «Sicurezza economica, Ue contro tutti?», pubblicata alla vigilia dell’accordo raggiunto a Pechino dal commissario Ue al Commercio Maroš Šefcovic e il ministro del Commercio cinese Wang Wentao, dopo mesi di trattative, che potrebbe ridurre di oltre la metà le esportazioni cinesi di auto ibride e ibride plug-in verso l’Ue nell’arco di quattro anni.
«Nonostante negli ultimi anni al centro del dibattito pubblico europeo ci siano state la Russia di Putin (dopo l’invasione dell’Ucraina e la crisi del gas) e gli Stati Uniti di Trump (nel corso del suo primo e soprattutto dell’attuale mandato), in realtà è la Cina di Xi a essere di gran lunga il primo autore per eventi di coercizione economica pesati per la loro gravità (il 54% di quelli oggi attivi), mentre Stati Uniti (20%) e Russia (17%) seguono a una considerevole distanza», scrive l’Ispi.
Il controllo di nodi produttivi e materiali essenziali come le terre rare e i magneti permanenti, di cui Pechino detiene oltre il 90% della raffinazione mondiale, offre alla Cina numerose leve economiche da attivare quando necessario. L’esempio di questo modus operandi, ricorda l’Ispi, è ciò che è successo nella primavera dello scorso anno quando Pechino ha sottoposto a licenza le esportazioni di alcune terre rare per spingere gli Stati Uniti a frenare l’escalation sui dazi e mostrare ai Ventisette quanto sia oneroso ridurre la dipendenza dagli input cinesi.
Nel rapporto «Effetti di ricaduta nell’Ue», pubblicato a settembre dalla Direzione generale per gli Affari economici e finanziari della Commissione europea, Bruxelles evidenziava come i dazi Usa americani finora abbiano avuto un impatto relativamente contenuto sull’export Ue, mentre la pressione cinese risulta più persistente. Nel 2025 il deficit commerciale dell’Ue nei confronti di Pechino era di circa 360 miliardi, quasi un miliardo al giorno. Rispetto al 2024, le esportazioni europee sono diminuite del 6,5%, mentre le importazioni dalla Cina sono aumentate del 6,4%. Allargando il confronto a dieci anni, il gap è ancora più significativo: tra il 2015 e il 2025 l’export europeo verso la Cina è aumentato del 37,1%, mentre l’import è cresciuto dell’89%.
In un precedente studio realizzato per il Parlamento europeo, l’Ispi citava quanto accaduto nel 2021 con la Lituania come un caso esemplare della coercizione esercitata da Pechino nei confronti dell’Unione europea. Dopo che Vilnius aveva permesso l’apertura di un ufficio di rappresentanza taiwanese, Pechino aveva di fatto escluso la Lituania dalle proprie catene di fornitura e dal mercato cinese. Tutto questo è avvenuto senza sanzioni ufficiali, ma ricorrendo a leve burocratiche e tecniche. Proprio perché non c’è mai stato un vero embargo formale, che avrebbe violato in modo palese le regole del Wto, esponendo la Cina a conseguenze immediate, per l’Ue è stato più difficile agire secondo le vie tradizionali. E il ricorso presentato al Wto ha vissuto diverse fasi di stallo, in un’alternarsi di tensioni e tentativi di trovare un’intesa con Pechino.
La Cina utilizza queste pressioni economiche, non solo per ottenere vantaggi commerciali, ma anche per spingere Bruxelles o gli Stati membri a modificare scelte politiche. Il settore manifatturiero è il più esposto alle pressioni, vista la dipendenza dalle catene di fornitura cinesi. Di conseguenza, i primi due Paesi manifatturieri d’Europa, ovvero Italia e Germania, sono i più esposti ai tentativi di coercizione di Pechino. Lo scenario sembra sconfortante ma, come evidenzia l’Ispi, l’Ue ha gli strumenti per potersi difendere. Italia e Germania, ad esempio, in alcuni settori (e in particolare apparecchiature elettriche ed energetiche, farmaceutica e biotecnologie, e tecnologie aerospaziali e per la difesa) vantano un primato che rende difficile sostituire le produzioni provenienti da questi Paesi. «I beni europei si posizionano inoltre al di sopra del benchmark di mercato - sottolinea l’Ispi - . Ciò suggerisce che si tratta di prodotti più specializzati, legati a know-how specifici o a rapporti economici consolidati. Queste caratteristiche rendono la loro sostituzione più complessa e potenzialmente più costosa per i partner». In sostanza l’Europa ha una forza che spesso lei stessa sottovaluta e le consente di non dover solo e sempre incassare i colpi.
25 ottobre 2026, 08:18 - Aggiornata il 25 ottobre 2026 , 08:18