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Fusioni e acquisizioni, il semestre d’oro dell’Italia: registrate più M&A che nel resto d’Europa

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E’ un buon momento per le nostre aziende. Il fascino del Made in Italy e della sua manifattura non accenna ad affievolirsi, la stabilità del governo trasmette sicurezza e alcuni settori dopo lo «stress test» del Covid hanno dimostrato una resilienza più unica che rara. Motivo per cui la caccia alle aziende tricolori procede senza sosta. Il valore delle operazioni di fusione e acquisizione (M&A) che hanno interessato società italiane ha infatti raggiunto nel primo semestre gli 87 miliardi di euro, con un incremento del 116% rispetto allo stesso periodo del 2025, nonostante il perdurare delle incertezze geopolitiche, l’aumento dei costi dell’energia e un quadro economico domestico caratterizzato da unau crescita contenuta. A riportarlo è un report, stilato insieme a Mergermarket, dello studio legale italiano Gatti Pavesi Bianchi Ludovici - attivo in questo periodo, tra l'altro, sui dossier Poste-Tim e Intesa Sanpaolo-Mps - secondo cui il numero delle operazioni concluse nel nostro Paese ha registrato un andamento in controtendenza rispetto al più ampio mercato europeo: da gennaio a giugno ne sono state annunciate 751, con un aumento del 6% su base annua. Nello stesso periodo, invece, il numero nell’intera Unione europea e Regno Unito è diminuito dell’8%.

«C’è un contesto geopolitico sfidante, ma le imprese italiane erano già state messe alla prova nel 2020 con la pandemia e si sono dimostrate resilienti, quindi ora si sa dove investire, quali sono gli asset di qualità, quali business resistono meglio e se sono in vendita», osserva Barbara Napolitano, Equity Partner di Gatti Pavesi Bianchi Ludovici, che recentemente ha seguitol’acquiszione di IP da parte di Socar. «Non dimentichiamo poi che l’Italia è la seconda potenza manifatturiera in Europa e l’interesse per la nostra industria non è mai scemato mentre la stabilità del governo italiano, viene percepita positivamente soprattutto a differenza di altri paesi europei». A pesare di più nelle operazioni censite dallo studio è il settore finanziario, che rappresenta il 34% del valore totale grazie all’offerta da 30,6 miliardi di euro di Intesa Sanpaolo per Banca Monte dei Paschi di Siena. Il valore dei «deal» in questo settore hanno conosciuto un’impennata del 73% anno su anno, anche il volume è sceso del 10%: l’anno scorso si sono pur tuttavia completate tutte le fusioni del primo tempo del risiko bancario.
Il trend dell’M&A è stato rinforzato anche dall’attrattività del comparto Tecnologia, Media e Telecomunicazioni, equivalente al 16% del valore totale e anche qui ha contato un’altra offerta monstre, quella di Poste su Tim (circa 13 miliardi di euro). Al tempo stesso, i settori industriale e chimico si sono confermati il motore del mercato italiano in termini di numero di operazioni, generando il 23% del volume complessivo delle transazioni e confermando il richiamo del sistema manifatturiero italiano. Sta conoscendo invece una crescita rapida, con 127 transazioni per 17,9 miliardi di euro, il settore delle infrastrutture, principalmente nelle energie rinnovabili e nei data center grazie anche ai 23 miliardi di aiuti di Stato approvati dalla Commissione Ue per sostenere la produzione di energia elettrica rinnovabile, ma anche in asset energetici tradizionali, come raffinazione e distribuzione, quando rappresentano infrastrutture strategiche.