«Ilva chiusa entro 90 giorni». Ma Giorgetti: cessione stravolta. Jindal conferma l’impegno a comprare
Novanta giorni per mettere in sicurezza l’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto oppure fermarla. L’ordinanza della Corte d’appello di Milano trasforma la crisi dell’acciaieria in un conto alla rovescia e costringe il governo a rivedere i piani di cessione. La premier Giorgia Meloni ha convocato d’urgenza una riunione a Palazzo Chigi, mentre il Consiglio dei ministri ha stanziato altri 100 milioni per assicurare la continuità operativa e completare il passaggio delle attività, con riferimento però all’area a freddo. «La sentenza stravolge la fase di cessione», ha riconosciuto il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti: l’ordine di chiudere l’area a caldo «cambia completamente le condizioni della vicenda». Per Palazzo Chigi si tratta degli impianti essenziali alla capacità produttiva, nei quali lavora la maggior parte degli addetti.
I giudici hanno stabilito che la produzione potrà riprendere solo dopo la rimozione integrale dell’amianto e il rientro di PM10 e PM2,5 entro i limiti di sicurezza, valutati sullo scenario autorizzato di sei milioni di tonnellate l’anno. La pronuncia accoglie il ricorso promosso da un gruppo di cittadini dell’associazione Genitori Tarantini, tra i quali un bambino.
Il provvedimento amplia la decisione del Tribunale di Milano, che aveva disposto lo stop dal 24 agosto, e applica il principio fissato dalla Corte di giustizia Ue nel 2024: davanti a pericoli gravi per l’ambiente e la salute, l’esercizio deve essere sospeso. Lo spazio per rinvii e proroghe si è ristretto.
È questo il convitato di pietra al tavolo convocato oggi alle 11 a Palazzo Chigi. Il governo incontrerà i sindacati, i commissari di Acciaierie d’Italia e di Ilva in amministrazione straordinaria e Invitalia. Il confronto non potrà limitarsi alla cassa integrazione o al possibile acquirente: dovrà spiegare quale assetto industriale sia compatibile con il vincolo giudiziario, con quali capitali e in quali tempi.
La dimensione sociale è imponente. Acciaierie d’Italia conta oltre 9.700 dipendenti, a cui si sommano circa 1.500 lavoratori della vecchia Ilva in amministrazione straordinaria e migliaia di addetti nell’indotto. Ad aprile è stata autorizzata la cassa, dal primo marzo 2026 al 28 febbraio 2027, per un massimo di 4.550 addetti, circa 3.800 a Taranto. Gli 11,4 milioni stanziati per integrare l’assegno fino al 70% della retribuzione bastano però solo fino a ottobre con questa platea. Dopo, senza nuove risorse, la protezione si riduce mentre aumentano i rischi occupazionali.
Sul fronte della vendita il governo tratta con il gruppo indiano Jindal Steel International, che alla luce della nota di Palazzo Chigi ieri ha confermato «il proprio impegno a portare avanti l’acquisizione del perimetro dell’ex Ilva e di Acciaierie d’Italia, inclusivo sia dell’area a freddo che dell’area a caldo, subordinatamente alla definizione dei relativi accordi, inclusa la realizzazione di un nuovo forno carbon free a Taranto». Il gruppo, assistito dalla studio legale Chiomenti, ha sottolineato di auspicare «una definizione dell’operazione», dicendosi «pronto a definire i termini per risolvere questa situazione estremamente complessa, anche nell’interesse dell’industria siderurgica italiana ed europea».
Il suo progetto sarebbe concentrato sulla rilaminazione, alimentata da semilavorati d’acciaio importati, con lo spegnimento progressivo della produzione primaria a Taranto. È un’ipotesi che riduce le emissioni e il fabbisogno finanziario, ma restringe la base industriale e rende difficile riassorbire l’organico.
Intanto Flacks Group tenta di rientrare in gioco con «Flacksider». Il progetto, elaborato con Danieli e Metinvest, prevede due forni elettrici da 220 tonnellate e un impianto Dri per produrre ferro preridotto con capacità da 2,5 a 4,6 milioni di tonnellate. Flacks stima un taglio della CO2 superiore al 50% e fino all’86% con l’impiego di idrogeno. Ma investimenti, disponibilità di energia, tempi e ricadute occupazionali sono ancora da verificare.
Qui sta il punto. Anche scegliendo oggi l’acquirente, nessun forno elettrico né impianto Dri può essere costruito in 90 giorni. La bonifica richiesta dai giudici deve convivere con impianti vecchi, attività ridotta e risorse pubbliche limitate. Per evitare un vuoto produttivo servono interventi immediati su amianto e polveri, insieme a un piano ponte credibile. Se l’area a caldo si fermasse senza una capacità primaria sostitutiva, Taranto dipenderebbe dai semilavorati importati: sopravvivrebbero laminatoi e impianti di finitura, ma con meno produzione, meno autonomia strategica e molti meno occupati.
La sentenza non sceglie il futuro industriale dell’ex Ilva, impedisce però di continuare a non sceglierlo. Il governo deve tenere insieme salute, continuità produttiva e lavoro, indicando costi, responsabilità e scadenze verificabili. Senza questa chiarezza, i prossimi 90 giorni saranno l’ultima proroga prima del ridimensionamento.