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Ilva, i giudici di Milano: stop all’acciaieria di Taranto in 90 giorni se non si elimina l’amianto

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Se non sarà rimosso l'amianto presente e non si ridurranno le emissioni nocive, l'attività dell'area a caldo dello stabilimento ex Ilva di Taranto deve essere fermata entro 90 giorni. E' quanto ha deciso la sezione specializzata in materia d'impresa della Corte d'appello di Milano, in merito a un ricorso presentato da alcuni cittadini di Taranto. 
Il provvedimento è stato notificato alle società in amministrazione straordinaria Ilva, Acciaierie d'Italia e Acciaierie d'Italia holding.

Nel provvedimento firmato dalla giudice Marianna Galioto, la Corte d'appello di Milano «accoglie la richiesta di inibitoria e, per l'effetto, in parziale riforma del decreto impugnato, ordina a Ilva spa, Acciaierie d'Italia spa Acciaierie d'Italia holding spa, tutte in amministrazione straordinaria, la sospensione dell'attività produttiva dell'area a caldo dello stabilimento Ilva di Taranto, assegnando a queste ultime il termine di giorni novanta, decorrente dall'ultima comunicazione del provvedimento, per il completamento delle operazioni di sospensione sotto la sorveglianza dell'autorità di controllo». 
Per domani mattina, intanto, a Palazzo Chigi è convocato un tavolo ex Ilva, con i sindacati, per un aggiornamento sulle condizioni del gruppo siderurgico e della procedura di vendita. E già per lunedì è convocato un consiglio dei ministri con all'ordine del giorno, tra l'altro anche disposizioni urgenti in materia di Ilva. 

Tornando alla decisione della Corte, il caso è arrivato dai giudici per il ricorso relativo alla sentenza del Tribunale di Milano che a febbraio aveva ordinato lo stop alla produzione del polo siderurgico di Taranto entro il prossimo 24 agosto, se l'azienda non avesse rivisto e adeguato una serie di prescrizioni ambientali dell'Aia rilasciata la scorso anno e ritenute dai giudici carenti circa la tutela dell'ambiente e della salute pubblica
La Corte d'appello ha riconosciuto che i cittadini tarantini che si sono rivolti alla giustizia hanno agito per chiedere «l'eliminazione dell'esposizione al rischio derivante dalle emissioni provenienti dagli impianti dello stabilimento Ilva di Taranto, in danno della salute individuale e collettiva e del clima, e per la salvaguardia della tranquillità di vita» e quindi è stata riconosciuta la legittimità delle loro richieste relative alla presenza di amianto nello stabilimento - che va eliminato - e alla riduzione delle emissioni nocive, relativamente anche a polveri sottili. E aggiunge ancora la Corte d'appello: «È rimessa all'autonomia di gestori e proprietaria degli impianti l'iniziativa di ripresa dell'attività, quando essi avranno: rimosso integralmente l'amianto ancora presente negli impianti; adottato le misure necessarie per ricondurre l'emissione delle polveri sottili entro limiti di sicurezza, con riferimento allo scenario produttivo autorizzato di 6 milioni di tonnellate all'anno». 

«Prendiamo atto della decisione della Corte d'Appello di Milano relativa allo stabilimento ex Ilva- ha dichiarato il sindaco di Taranto, Piero Bitetti, dopo la decisione della Corte d'Appello di Milano - La città ha sempre saputo quali fossero le condizioni della fabbrica e quanto le criticità ambientali, sanitarie e produttive fossero ormai diventate non più gestibili». «Nel pieno rispetto delle decisioni della magistratura - ha aggiunto - ritengo che oggi si apra una fase nuova che impone a tutti, governo, istituzioni, azienda, parti sociali e territorio, di ragionare con serietà e responsabilità. È il momento di aprire un confronto concreto e fattivo, perché la città non può più vivere in una condizione di incertezza permanente. Servono scelte chiare, definitive e l'assunzione di responsabilità da parte di tutti i soggetti coinvolti». 

«La decisione della Corte d'Appello di Milano conferma che il futuro di Taranto non può più essere costruito sul modello industriale del passato. Serve una svolta tecnologica capace di coniugare produzione, occupazione, salute e tutela dell'ambiente», sostiene invece in una nota il gruppo Flacks, che per il superamento del modello siderurgico tradizionale e propone il progetto «Flacksider», sviluppato con Danieli e Metinvest. Il piano prevede la realizzazione di un nuovo polo siderurgico basato su forni elettrici e tecnologie avanzate per il contenimento delle emissioni. Secondo i promotori, la nuova configurazione consentirebbe una riduzione delle emissioni di CO2 di oltre il 50%, fino all'86% con l'utilizzo dell'idrogeno, mantenendo una capacità produttiva compresa tra 2,5 e 4,6 milioni di tonnellate annue. Flacks Group afferma di aver chiesto un incontro alla Presidenza del Consiglio per illustrare il progetto, sostenendo che la sentenza possa rappresentare un punto di svolta per la siderurgia italiana, «l'occasione per avviare una nuova stagione industriale fondata sull'innovazione tecnologica, sulla sostenibilità e sulla competitività. Taranto può tornare a essere un'eccellenza europea dell'acciaio, garantendo finalmente insieme produzione, occupazione, salute e tutela dell'ambiente». 

Chiede la nazionalizzazione il sindacato di base Usb:  «Sarebbe un gravissimo errore - si legge in una nota - utilizzare questa sentenza come alibi per accompagnare la chiusura definitiva della siderurgia italiana. La responsabilità di questa situazione è il risultato di decenni di scelte industriali fallimentari e dell'incapacità di imporre ai soggetti privati gli investimenti necessari per garantire sicurezza, ambiente e continuità produttiva. La sentenza conferma che non è più il tempo di rinvii o di soluzioni tampone. Serve una scelta politica chiara e coraggiosa: la nazionalizzazione di Acciaierie d'Italia è oggi l'unico strumento in grado di garantire la messa in sicurezza degli impianti, le bonifiche, la decarbonizzazione e la continuità produttiva».