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Istat, l’attacco di Meloni e l’imbarazzo dei vertici. I lavoratori: la statistica non è uno strumento del governo

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No comment. Il giorno dopo il «rammarico» del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e il «dispiacere» della premier Giorgia Meloni per quel 3,1% di deficit sul Pil confermato, all’Istat vige la regola del silenzio. Tra una settimana è atteso il dato sull’inflazione e il lavoro va avanti «con l’impegno di sempre». Ma certo gli attacchi poco composti di membri del governo all’Istituto nazionale di statistica non fanno piacere, soprattutto quelli arrivati in prima serata su Raiuno direttamente dalla presidente del Consiglio intervistata da Bruno Vespa. In particolare le parole sull’Istat «che sottostima gli italiani o il governo» fin da subito divenute virali nelle chat interne dell’Istituto di via Balbo e vissute come un attacco diretto e pubblico senza precedenti.

Tra i vertici dell’istituto presieduto dal 30 maggio 2024 da Francesco Maria Chelli il disagio è forte. E forse anche di più il fastidio: «L’Istat è un patrimonio del Paese» viene ricordato nei corridoi, sottolineando che «procedure e metodologie sono tutte trasparenti», come avviene in tutti gli istituti nazionali di statistica dei Paesi Ue. «Fastidio» è la parola usata anche dai lavoratori, che rivendicano «l’autonomia e l’indipendenza» dell’Istituto e ricordano che «i dati non li inventa l’Istat» e «quelli su deficit e Pil arrivano semmai dal Mef che doveva o poteva già saperli». Forse, ipotizza qualcuno, l’attacco della premier era invece rivolto agli uffici del Mef di via XX Settembre.

Ieri mattina, Marcello Chiodi, presidente della Società Italiana di Statistica, con un messaggio ha invitato tutti i professori di statistica a iniziare le lezioni con «un richiamo all’indipendenza della statistica ufficiale, caratteristica che distingue positivamente l’Italia da altri Paesi, e col sottolineare l’importanza della conoscenza della statistica e in particolare della statistica pubblica, per una partecipazione corretta e consapevole alla vita democratica». Nel pomeriggio tutti i rappresentanti sindacali dell’Istituto hanno chiesto rispetto per l’autonomia dell’Istat e la piena indipendenza per chi ci lavora: «La statistica ufficiale non è un’opinione, non è uno strumento del governo né dell’opposizione».

La nuova contestazione all’Istituto arriva dopo quella dell’aprile scorso quando Meloni, dopo il dato 2025 sul deficit italiano al 3,1% (e la mancata uscita dalla procedura d’infrazione Ue) criticò «le stime spesso sottostimate sul Pil e poi riviste al rialzo», evocando il rischio di una «beffa per l’Italia e gli italiani». L’accusa all’Istat da parte di Meloni (e del suo partito e parte del governo), allora come due giorni fa, è quella di sottostimare il Pil effettivo «per poi rivederlo al rialzo: con buona probabilità - ripete la premier - questo accadrà anche fra tre anni». Ma, viene spiegato dall’Istat, «le revisioni dei conti nazionali fanno parte del processo di produzione dei dati: non sono manipolazioni e non sono decisioni politiche».

Lo scorso aprile il presidente Istat Chelli replicò a Meloni e spiegò che il processo di validazione dei conti pubblici «segue modalità e tempistiche dettate dai regolamenti europei, tempi codificati e procedure condivise». Stavolta, per ora, resta in silenzio. E forse in imbarazzo. Lui che è stato scelto dopo mesi di tira e molla da un esecutivo che avrebbe preferito continuare con il predecessore Gian Carlo Blangiardo, caro alla Lega e a Matteo Salvini (ma la legge non lo consentiva), e che ora proprio a quel governo che contesta l’operato del suo istituto dovrà chiedere nuove risorse da inserire in legge di Bilancio. 
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