Mps, il presidente Bisoni: «L’istituto in una fase cruciale, in Italia servono banche più forti»
«Non è un’operazione difensiva. La doppia Ops annunciata dal Monte dei Paschi su Banca Generali e Banco Bpm ha un forte valore industriale. È un’evoluzione naturale dopo Mediobanca». Cesare Bisoni è il presidente di Mps indicato nella lista di Plt che ha raccolto la maggioranza dei consensi all’assemblea di aprile che ha riportato alla guida il ceo Luigi Lovaglio. È Professore emerito dell’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia. Accademico ma anche con ruoli in passato nella governance di Unicredit di cui è stato anche presidente. Nel suo ruolo ora si è trovato al centro della seconda ondata di risiko bancario che vede Intesa Sanpaolo determinata a portare a termine la sua Opas sul Monte. «La lettera di Banco Bpm che a giugno proponeva di esplorare una fusione tra pari era una prima tappa di avvicinamento che nella visione strategica condividevamo, e continuiamo a farlo».
Quale è il modello migliore per una banca che ha come obiettivo quello di erogare credito e sostenere le imprese?
«Una banca vicina alla clientela, che sappia essere di sostegno anche nei momenti di difficoltà, che sappia dialogare con i territori e sia di aiuto allo sviluppo del tessuto produttivo. Questo modello virtuoso corrisponde a quello del Monte che è ancora una banca di prossimità. Il Monte ha attraversato momenti complessi, ma ha saputo rinascere grazie alla guida di Lovaglio e soprattutto al contributo dei dipendenti. E l’intera città è al fianco della banca. Il risultato è stato che Mps ha riconquistato una solidità patrimoniale che consente di destinare risorse finanziarie all’economia e ai territori dove è presente».
Come si concilia la scala dimensionale con la vicinanza al territorio?
«L’obiettivo non è la crescita in sé ma quello di offrire ai clienti – famiglie e imprese - una gamma più ampia di prodotti e servizi anche nella consulenza e nel wealth management. Se da un lato la scala è fondamentale per la capacità di investimento, c’è però un limite che ha a che fare con la concorrenza e con la necessità per una banca di mantenere un forte presidio sul territorio. Insomma, la crescita dimensionale non deve andare a scapito della concorrenza».
Ma quindi cosa pensa di questo nuovo consolidamento?
«Un tempo ai miei studenti dicevo che il mercato bancario italiano era troppo frammentato. Poi c’è stata concentrazione e direi che ora occorre preservare una pluralità. Solo due banche forti non sono sufficienti per l’efficienza del sistema, anche dal punto di vista dell’erogazione del credito. Stiamo partecipando a un momento cruciale nel settore bancario e noi ne siamo attori protagonisti».
L’Antitrust dovrà esprimersi in via definitiva anche sulle vostre Ops. Prevede tempi lunghi?
«L’autorizzazione dell’Antitrust è uno dei passaggi essenziali. Banco Bpm e Mps sono molto complementari, anche dal punto di vista territoriale. Prevedo un iter fluido. Nella proposta di Intesa c’è già una separazione quasi a metà della nostra banca a favore di Unipol, ma mi aspetto che l’attenzione dell’Autorità sia massima».
E Bce?
«Con la Banca centrale europea i contatti sono continui, non vedo particolari problemi».
La maggior parte dei consiglieri di minoranza non è allineata agli esponenti della maggioranza. Alcuni osservatori dicono che si è venuta a creare una governance non compatta.
«La fase iniziale del cda è stata un po’ complicata, con qualche tensione al momento delle nomine. Ci sono decisioni a maggioranza e altre all’unanimità, ma non ritengo complicato gestire il consiglio. Ci sono certamente sensibilità diverse sul progetto che abbiamo annunciato. Quando i consiglieri mi scrivono per avere chiarimenti su alcuni passaggi, io rispondo con la massima trasparenza».
Ci sono due Ops proposte dal Monte e l’Opas lanciata da Intesa. È uno scenario mai visto e ci sono molti piani che si intrecciano...
«C’è un obiettivo da raggiungere, quello di dar vita a un gruppo finanziario diversificato e con una forte rete distributiva, e ho molta fiducia nell’ad. Bisogna sostenerlo anche in questa fase di maggiore complessità».
Perché le vostre Ops dovrebbero convincere di più gli azionisti rispetto all’Opas di Intesa che è già stata approvata dalla sua assemblea?
«La nostra proposta nasce dalla convinzione che esiste un’alternativa industriale credibile e con una forte valenza strategica. Gli azionisti sceglieranno l’opzione con le prospettive di creazione di valore più interessanti. Questa è l’ottica con cui ci muoviamo».
Avete già iniziato i sondaggi con gli azionisti?
«I rapporti con gli investitori sono principalmente nelle mani di Lovaglio che tra New York e Londra ha già iniziato ad incontrare diversi fondi».
Cosa si aspetta all’assemblea del 29 ottobre chiamata a votare sulle due Ops?
«Mi aspetto un voto favorevole, affinchè gli azionisti mantengano la possibilità di poter decidere tra due opzioni quando sarà il momento».
Quale equilibrio azionario avrebbe più senso per Generali di cui Mps è il principale azionista attraverso Mediobanca?
«Ritengo che la soluzione migliore sia un nucleo di azionisti stabili, non necessariamente ristretto, che condivida la stessa visione per il futuro della compagnia. Un gruppo assicurativo italiano, con un assetto chiaro e un management che non sia espressione di un potere, ma che conduca una politica di gestione del risparmio sana e prudente».