Non solo lago di Braies, l'anima lenta della Val Badia nel Parco di Fanes
(Di Mirco Paganelli)
Il treppiede sembra voler raggiungere l'altopiano di Fanes sopra il Lago di Limo prima dei suoi occhi. Sulle spalle del naturalista David Vallazza, è pronto a sostenere il cannocchiale che da anni gli consente di geolocalizzare la fauna selvatica in supporto ai centri di ricerca. "Le montagne saranno l'ultimo scrigno di biodiversità di fronte al riscaldamento globale", ragiona l'esperto prima di fermarsi e puntare l'ottica verso il ghiaione dove, mimetizzato, riposa un solitario esemplare di camoscio; meraviglioso, dalle corna regali. "Peculiarità di questo parco è l'avere uno dei primati mondiali di piante fiorite", rimarca.
Un quadrante della Val Badia in cui la natura alpina raggiunge la sua espressione più pura. Il Parco naturale Fanes-Senes-Braies racchiude uno dei luoghi simbolo dell'overtourism italiano, il Lago di Braies. Ma a pochi chilometri di distanza dalle sue sponde iper-fotografate, sempre in Alto Adige, le Dolomiti accolgono paesaggi altrettanto straordinari, che però non si mettono in vetrina. La roccia si fa architettura a Fanes e Senes, vallate ancora oggi modellate dal silenzio; qui la montagna impone le sue regole ed esige rispetto.
I sentieri escursionistici sono facilmente raggiungibili da San Vigilio di Marebbe, località che ha appena ricevuto la conferma della certificazione internazionale GSTC per il turismo sostenibile. Standard rigorosi che abbiamo potuto osservare assistendo ai sopralluoghi degli auditor. "Verifichiamo lo sviluppo del territorio a 360 gradi - spiega il valutatore Daniele Candreva -, ovvero le ripercussioni etiche e sociali, l'assenza di discriminazioni o abusi, il favorire l'imprenditoria locale".
San Vigilio, all'ombra di Plan de Corones, si propone come modello di turismo lento per quelle località che non intendono trasformarsi in luna park del mordi-e-fuggi. I sentieri del Parco di Fanes si prestano ad esplorazioni su più giorni. "Ci sono delle piccole particolarità geologiche che sono di importanza mondiale e si trovano solo in questo parco", rivela Matteo Rubatscher, responsabile del Centro visite. Le imponenti cavità delle sue montagne vengono studiate da scienziati provenienti da tutto il mondo. Un ecosistema, però, fragile; e cresce la minaccia antropica. "Ci sono sempre più escursionisti sull'Alta Via 1 delle Dolomiti dal Lago di Braies a Belluno. Gli hotspot sono oramai un caso perso - ammette -, c'è gente che vi campeggia anche se è vietato. È importante che ciascuno si comporti in modo responsabile".
A valle, la millenaria cultura ladina affronta le asperità del presente, come il rischio di dispersione delle tradizioni tra le nuove generazioni. Ma c'è chi resta. È il caso di Gabriel Prada, 30 anni, che ha girato l'Asia con la compagna Miriam Kirchler e qui è tornato per insegnare yoga in una yurta nomade in mezzo al verde: "Volevamo condividere la nostra conoscenza con gli amici". Così è nata l'associazione Yog•Amiga che ospita anche altri insegnanti.
La necessità di ritornare alle radici per preservare il territorio è sentita da più anime. Ancorato fisicamente alla terra è l'agricoltore e produttore di formaggi caprini Rolando Erlacher del maso Corcela. "Fare il contadino è una vita molto impegnativa perché ti occupa tutto l'anno, mattina e sera", spiega. Chi cura la terra è il vero custode della montagna, ma "ci vuole passione per mantenere vivi i nostri valori culturali e familiari".
Dal maso alla tavola il passo è breve, e la salvaguardia delle tradizioni passa inevitabilmente anche per le locande familiari.
Spiccano il Taibon 1885, che propone piatti di cent'anni fa (ancestrale il sapore dei tagliolini di sanguinaccio) e il Fana Ladina, nella cui stube di inizio Settecento vengono servite le tradizionali 'tutres' di ricotta e crauti oltre a una versione familiare di 'canci mori' al ragù. Impagabile la vista dal maso d'alta quota Soleseid.
La medesima spinta a preservare l'identità ladina si riflette sull'intera filosofia dell'accoglienza. Markus Promberger, direttore dell'hotel AMA Stay, ha puntato sulla formula della 'workation' per slegarsi dal turismo di passaggio. "Ci siamo concentrati sull'ospite giovane, interessato alla cultura, intenzionato a stare più a lungo sul territorio - spiega a tre anni dall'apertura -. Vogliamo contribuire a costruire una comunità in cui ospiti e gente del posto si incontrano e scambiano idee grazie a spazi aperti al pubblico, come il co-working".
Esperienze che intendono andare oltre lo sfruttamento turistico, che puntano sulla lentezza: l'unico modo per far sì che il respiro della montagna possa essere udito anche da chi verrà dopo.
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