Rischi immaginari, reali (e alibi) sull’intelligenza artificiale in Europa e in Italia
Stiamo correndo un rischio reale sull’intelligenza artificiale. Che questo grande dibattito sui rischi paventati da chi di quella tecnologia è leader e motore possa tramutarsi, in un Paese come il nostro già in ritardo, in una sorta di alibi. Un alibi per rinviare la sua massiccia adozione. Senza nemmeno tentare di entrare in partita. È vero che i modelli generali sembrano ormai appannaggio dei grandi colossi americani e di quelli cinesi, ma è altrettanto vero che per quanto riguarda le applicazioni verticali per aziende e prodotti, abbiamo molto da dire. In Italia ma anche in Europa abbiamo già visto situazioni simili. Si pensi a un settore trainante come l’automotive. Nel 2016 lo scandalo del diesel fu un campanello di allarme per un comparto che ha contribuito enormemente alla crescita del continente. A distanza di dieci anni possiamo dirci che l’atteggiamento che portò prima a nascondere l’entità dell’avvenuto e poi a minimizzare il cambiamento è alla base della crisi che i protagonisti del settore stanno vivendo? Ci stiamo ponendo oggi domande che avremmo dovuto affrontare a tempo debito.
A cominciare da come sopperire al vuoto che man mano sta lasciando la produzione di autoveicoli con le conseguenze in termini di occupazione e crescita. O crediamo ancora che torneremo ad avere gli stessi livelli di produzione? Preoccuparsi oggi dei rischi potenziali dell’intelligenza artificiale è giusto. Ma andrebbe anche evidenziata un’ipocrisia di fondo. Chi solleva dubbi e chiede di rallentare, gli attuali colossi dell’Ai, dovrebbe accompagnare questa sua richiesta da un’altra forse meno utopica e più realistica. Quella di un dialogo, di una discussione con chi quelle regole da tempo le ha adottate. Da chi ha indicato i rischi in tempi non sospetti. Stiamo pensando all’Europa, all’Ai Act. Criticabile quanto si vuole, ma un tentativo dal quale partire, se davvero si hanno a cuore le sorti dell’umanità. Nel frattempo l’errore, almeno per l’Italia, sarebbe quello di fermarsi.
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21 set 2026 | 08:55