Valute e metalli preziosi, cosa sta succedendo al dollaro e all’oro? Parte il giro di valzer dei banchieri centrali
«Oggi la gente conosce il prezzo di tutto e il valore di nulla», ha detto Oscar Wilde. Una battuta efficace per capire l’attuale congiuntura. Bce e Fed hanno preso decisioni diverse sul costo del denaro. Francoforte ha alzato i tassi al 2,25% rispetto al precedente 2% mentre l’Authority americana ha mantenuto inalterato il costo del denaro al 3,5-3,75%. Entrambe navigano a vista, sapendo che le loro decisioni hanno conseguenze su inflazione, oro e dollaro. Da qualche mese stiamo assistendo al rialzo del biglietto verde e alla debolezza del metallo prezioso.
Qual è la ragione? La causa è lo stress del sistema finanziario. Pensiamo ai paesi emergenti dell’Asia e in particolare ai paesi del Golfo. Negli anni scorsi hanno accumulato oro. Con un conflitto tra Usa e Iran, che vive momenti alterni, devono tornare a offrire energia alle loro industrie e ripagare Washington per i costi della guerra. Vendono quindi il metallo prezioso per comprare dollari che servono per la ricostruzione. Il biglietto verde si sta rafforzando (il cambio con l’euro è intorno all’0,87%) mentre l’oro ha fatto registrare il peggior trimestre dal 2013 e si aggira sopra i 4 mila dollari.
Oggi si parla meno di dazi ma bisogna fare un passo indietro per capire se la strategia economica di Donald Trump ha funzionato. Il disavanzo delle partite correnti si è ridotto dal 4,5% al 3%. Le tariffe, secondo Stephen Miran l’ingegnere della politica economica americana, hanno raggiunto un livello ottimale. I dazi hanno permesso di spostare peso fiscale dalle imposte sul reddito e sono stati pagati dall’estero per il 70%. Il disavanzo federale è rimasto immobile e non è aumentato come molti temevano, con un dollaro che si è rafforzato. Questo segna un punto a favore del presidente e del suo segretario al Tesoro, Scott Bessent.
Torniamo alla Fed e alla Bce. Su un aspetto tutti i banchieri centrali sono concordi: non è più opportuno dare indicazioni prospettiche sui tassi (forward guidance), ma solo spiegazioni sulla base degli scenari (framework guidance). Questo tema è emerso all’incontro annuale di Sintra in Portogallo, a cui hanno partecipato Kevin Warsh (Fed), Christine Lagarde (Bce), Andrew Bailey (BoE) e Tiff Macklem (Bank of Canada).
Il compito più difficile è quello di Warsh, diviso tra l’inflazione Usa al 4,2% e un possibile ritorno delle pressioni di Trump. «Siamo una banca centrale indipendente. Continueremo a esserlo. Non vedrete cambiamenti», ha detto Warsh che ha confermato l’impegno alla lotta sui prezzi «Resterà deluso chi pensa che la Fed è a proprio agio con un obiettivo di inflazione sopra il 2%. È un momento unico per tornare ai principi fondamentali». E chi attaccava Warsh ritenendolo troppo vicino a Trump è rimasto spiazzato. Alla prima conferenza stampa il responsabile Fed ha aperto «un nuovo capitolo per la banca centrale», ma ha rassicurato che la priorità è «la stabilità dei prezzi» e «l’impegno a riportare l’inflazione al 2%». Warsh come quasi tutti i banchieri non crede alla forward guidance che ritiene una pratica non adeguata all’attuale congiuntura. La prima riunione Fed ha segnato una discontinuità rispetto all’era di Jerome Powell. Il comunicato diffuso al termine della riunione è stato ridotto a quattro paragrafi: è «più breve e più semplice — ha spiegato il presidente del Fomc — diamo soltanto i fatti». Il paradosso è che il primo segnale di novità arriva proprio sotto la guida dell’uomo scelto da Trump per inaugurare la stagione dei tassi bassi. Il presidente americano ha però evitato lo scontro. «Va bene che la Fed abbia lasciato i saggi d’interesse invariati. È una situazione che frena il Paese ma ora c’è una persona molto valida al comando» ha dichiarato il presidente americano.
Nel comunicato finale l’authority ha osservato che l’attività economica continua a espandersi a un ritmo sostenuto e gli investimenti e la produttività restano forti. Al tempo stesso, però, i prezzi rimangono elevati rispetto all’obiettivo del 2%, anche a causa degli choc sull’offerta che hanno colpito il settore energetico. «Abbiamo mancato l’obiettivo sull’inflazione per cinque anni ma lo raggiungeremo», ha affermato Warsh anticipando un nuovo framework che riguarderà le conferenze stampa. Il numero uno Fomc ha ricordato una massima dell’ex segretario di Stato George Shultz: «Se fai un briefing, devi avere qualcosa di importante da dire».
E finora, stando alle ultime, Warsh ha servito soltanto l’antipasto. In audizione al Congresso alla fine della scorsa settimana, il neo presidente ha annunciato i componenti delle cinque task force incaricate di studiare la «riforma» della Fed. Tra le star, l’ex governatore della Banca d’Inghilterra, Mervyn King e Marc Andreessen, co-fondatore di Andressen Horovitz , un venture capital da oltre 40 miliardi di dollari di masse in gestione, molto attivo sulle criptovalut, l’economista (Fmi) ed ex governatore della Banca centrale indiana, Raghuram Rajan, il premio Nobel 2011 Thomas Sargent e l’ex governatore della Banca centrale del Brasile, Arminio Fraga. Insieme allo staff della Fed lavoreranno al piano delle riforme concentrato su cinque punti: comunicazione, bilancio, modernizzazione della raccolta dati, produttività nell’era dell’IA e modelli di inflazione.
Sempre a margine di Sintra è tornata la voce di una fine anticipata del mandato della presidente della Bce. Lagarde si dimetterebbe all’inizio della prossima primavera per dare modo a Emmanuel Macron di imporre il suo candidato, così come accaduto con la Banca di Francia, dove François Villeroy de Galhau si è dimesso consentendo la nomina di Emmanuel Moulin.
Si parla tanto di indipendenza delle authority ed è quindi difficile giudicare positivamente un’operazione del genere. Sul piano tecnico, la partita è però aperta da tempo. I favoriti restano Pablo Hernández de Cos, ex governatore della banca centrale spagnola e oggi direttore generale della Banca dei regolamenti internazionali, e Klaas Knot, presidente della banca centrale dei Paesi Bassi oltre che membro del Consiglio direttivo Bce. A loro si aggiungono Isabel Schnabel, componente del comitato esecutivo, e Joachim Nagel, presidente Bundesbank. Speriamo che la situazione si chiarisca rapidamente. Per il bene dell’Europa già divisa su troppi fronti.
2 agosto 2026, 10:51 - Aggiornata il 2 agosto 2026 , 10:52