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Quel giorno il cielo cadde su Hiroshima

«Se si dovesse arrivare a una guerra contro i giapponesi, combatteremo senza pietà. Le Flying Fortress saranno prontamente impegnate per mettere a ferro e fuoco le città di carta del Giappone. Non esiteremo a bombardare anche i civili: sarà un’azione a oltranza». Parole del capo di stato maggiore dell’esercito degli Stati Uniti, George Marshall, pronunciate in una conferenza stampa a metà novembre 1941, poche settimane prima dell’attacco giapponese a Pearl Harbor. Nessuno poteva immaginare l’epilogo nel Pacifico del secondo conflitto mondiale, anni dopo, nell’estate 1945. Nei mesi conclusivi migliaia di giapponesi, in maggioranza civili, morirono per i cruenti e prolungati attacchi dal cielo.

L’ultimo atto, definitivo, le bombe atomiche sganciate su Hiroshima, il 6 agosto, e Nagasaki, il 9, di ottant’anni fa. Da allora ricostruzioni storiche e interrogativi morali attraversano i decenni del dopoguerra: era necessario passare per l’utilizzo della nuova arma atomica? E ancora, quali le eredità controverse che hanno messo in causa i rapporti tra potere, tecnologia, scoperte scientifiche? Quali i ruoli dei militari, dei politici, degli scienziati, delle catene di comando impegnate nell’impresa? Sono piani di analisi che vanno distinti e scomposti per tenere conto di una complessa articolazione di temi e giudizi. Un recente volume ha esplicitato tale percorso, nella finalità di comprensione della ricerca storica (Richard Overy, , Einaudi) di un autore che molto ha scritto sulle guerre del XX secolo e sulle strategie dei bombardamenti dal cielo: «Nella storia dello sforzo bellico degli Stati Uniti nessuna questione ha suscitato (e suscita tutt’ora) un dibattito maggiore dello sgancio delle bombe atomiche, prima su Hiroshima e poi su Nagasaki. La domanda che ci si pone di solito è: era necessario?; ma in realtà ci si dovrebbe chiedere: perché all’epoca si pensava che fosse necessario?. È la risposta a questa seconda domanda che potrebbe spiegare perché l’arma più letale di questa e di qualsiasi altra guerra sia stata lanciata contro città piene di civili».

I numeri delle vittime rimangono controversi, soprattutto per l’incidenza delle radiazioni nel lungo periodo. I rilevamenti di fine 1946 nella città di Hiroshima registrano oltre 118 mila caduti civili dei quali quasi 113 mila nel raggio di due chilometri dall’ipocentro. Il secondo ordigno, stando alla commissione della città di Nagasaki, istituita a fine 1945, avrebbe causato quasi 74 mila morti e oltre 75 mila feriti. Ma le questioni controverse vanno al di là delle cifre terribili sugli esiti degli attacchi nucleari. Nei decenni del lungo dopoguerra si sono consolidati almeno tre piani di analisi e giudizi. Il primo riguarda le risposte ai tanti perché sull’utilizzo della nuova arma atomica, «la bomba di tipo speciale». Cruciale il fattore tempo: bisognava chiudere rapidamente la guerra nel teatro del Pacifico, limitando le perdite di soldati statunitensi a fronte di una difficile e rischiosa alternativa tramite operazioni di terra sull’arcipelago nipponico.

L’efferatezza delle azioni dell’esercito giapponese (soprattutto nelle Filippine) aveva rafforzato l’opzione dell’intervento dal cielo: la resa del Giappone serviva a salvare un numero incalcolabile di vite americane. In questo quadro gli Alleati avevano fissato il principio della resa incondizionata come linea guida nello scontro con il nuovo ordine hitleriano.

Tuttavia «la resa era un concetto estraneo e inedito per la cultura giapponese»: i soldati erano pronti a combattere fino alla fine, mossi dallo spirito kamikaze. Una strada stretta da una parte e dall’altra, «nelle previsioni gli esseri umani erano in gran parte assenti, anche se non del tutto ignorati». Su un altro versante il ricorso all’atomica viene declinato in chiave antisovietica: una dimostrazione di potenza per condizionare il nascente equilibrio della guerra fredda, posizionandosi in una modalità di vantaggio acquisito. Col tempo si impone con forza il piano degli interrogativi morali sul bombardamento giustificato o giustificabile, sull’uso legittimo e sui limiti del potere aereo. «Preoccuparci della moralità del nostro operato sarebbe stato una follia – parole di Curtis LeMay comandante della campagna di bombardamento sul Giappone – se in una battaglia portavamo a termine il lavoro senza sterminare troppi dei nostri ritenevamo di aver avuto una giornata piuttosto buona».

Gli attacchi dal cielo avevano colpito quasi due terzi delle “città di carta” giapponesi; la pioggia di distruzione con bombe incendiarie era iniziata ben prima dell’agosto 1945. La rivincita contro la vergogna di Pearl Harbor si unisce a forme di razzismo talvolta persino manifesto: una lunga scia di fuoco si abbatte sul territorio del Giappone per oltre sei mesi. Tale condotta consolida due risultati. Da una parte viene meno la distinzione tra obiettivi strategici e popolazione civile: la distruzione delle città mostra il volto peggiore della guerra totale; dall’altra cresce un clima propizio al salto di qualità, alla radicalizzazione violenta del conflitto fino all’uso della nuova arma. Una curva dolorosa di apprendimento prolungato che ridimensiona l’equazione tra resa e bombardamento: la “sacra decisione” dell’imperatore (il termine resa non viene mai utilizzato) di far cessare le ostilità, accettando il 10 agosto l’ultimatum di Potsdam s’inserisce in questo scenario.

E da allora il cammino del dopoguerra ha attraversato tali interrogativi. Nelle parole conclusive di Overy il peso di tale itinerario fino alle possibili ricadute nel nostro tempo: «Nessuno di questi sforzi per definire in modo più chiaro nelle leggi internazionali di guerra i limiti dei bersagli aerei è stato efficace in occasione di conflitti, dalla Corea alle recenti guerre in Ucraina e a Gaza, né impedirebbe una futura guerra nucleare. La lezione che si può trarre dal bombardamento del Giappone nel 1945 non è comprendere se fosse necessario o meno, ma perché si pensava che fosse necessario in quel momento. Capire le ragioni della progressiva radicalizzazione strategica nel 1945, nonché dell’elaborazione di una morale che legittimasse la prosecuzione di una spietata guerra totale, non può che essere un contributo importante per evitare che la storia si ripeta».