Cari amici,
tutte e tre le letture di questa domenica ci parlano della fede, e più specificamente della fede dei pagani, della fede che è offerta a tutti i popoli, che si riconoscono tutti nella fede come figli dell’unico Padre e Creatore.
Che cosa è la fede? Vediamo il Vangelo. Il centurione ha fiducia in Cristo, nel quale sa che Dio è presente e operante; ha fiducia che il suo potere è nello stesso tempo bontà, e che il potere della bontà può operare questa guarigione tanto desiderata da lui. Per “fede” si intende, quindi e innanzitutto, un atto di affidamento, un atto di grande fiducia, e poiché è fiducia nel potere, nella bontà di Dio Padre presente, è anche un atto di certezza. Normalmente, se dico: «Credo che domani il tempo sarà buono», voglio dire: «Non lo so, è una mia ipotesi». Ma se il centurione dice: «Tu puoi salvare», egli sa bene, perchè l’atto di fiducia dà la certezza dell’amore, questa certezza che non calcola; sa che il potere di Dio c’è, che il potere di Dio è buono e posso affidarmi; non c’è certezza superiore a questa. Fede quindi come fiducia, come “sì” alla bontà, al potere di Dio, e nello stesso tempo certezza sulla quale posso costruire la casa della mia vita (…).
La fede è possibile solo nell’incontro con l’altro, con Dio. Non è come la filosofia. Nella filosofia io posso pensare in me stesso, sviluppare con il pensiero la mia visione del mondo: sarà un prodotto mio, fatto solo da me, nel mio cervello, nel mio pensiero.
La fede non è così, non è una cosa che posso fare io. Non posso dire che uno col suo pensiero sviluppa una visione cristiana del mondo e decide: «Adesso io sono cattolico». La fede, senza incontro, non c’è; la fede senza questo dialogo interpersonale, senza questa dualità di io e tu, non esiste. È un atto dell’incontro nel quale il Tu di Dio è essenziale; io non posso farmi credente da solo, posso diventare credente solo incontrando Dio. In questo senso, la fede dipende non solo da me, ma da Dio che si mostra a me. È anche essenzialmente un dono ed è possibile solo come dono, non come prodotto mio.
Vediamo ancora un altro aspetto. La fede come atto dialogale, come atto interpersonale, non è un atto solo della ragione, oppure solo della volontà o del sentimento, è un atto della personalità tutta intera. Qui è coinvolta la conoscenza, è coinvolto l’intelletto: conosco questo, capisco che è Dio, che ha potere, che è buono; ma è anche un atto di volontà nel quale mi affido a Lui: da sapere diventa agire, diventa volontà; ed è anche sentimento: è un atto nel quale sono coinvolti cervello e cuore, in cui l’uomo nella sua totalità è coinvolto. Solo così la fede si realizza bene nella totalità della persona, e possiamo dire che proprio questa è la funzione della fede: quella di integrare le capacità della persona, di creare l’unità della persona, che nella sua totalità risponde alla realtà di Dio che mi incontra.
Ora nasce il problema: se è così, se la fede non la posso fare io, se non può essere il prodotto della mia decisione, ma in parte è un dono, dipende dal mostrarsi di Dio, è libera ed è anche fede mia? Abbiamo detto che la fede è dono e senza il donarsi di Dio non nasce; ma è un dono che mi coinvolge nella totalità del mio io, e io devo andare incontro a questa fede. Sant’Agostino nello sguardo retrospettivo alla sua conversione dice: «Tu sei stato con me, ma io non ero con Te. Il tuo grido ha rotto la mia sordità e così ho scoperto la tua presenza».
Cioè noi dobbiamo essere attenti, dobbiamo convertirci nella direzione di Dio, andare incontro a Lui, dobbiamo essere in attesa ed essere attenti. Queste due cose – attesa e attenzione – sono di grande importanza. Il famoso filosofo tedesco Jürgen Habermas, noto come ateo, agnostico, dice di sé: «Io purtroppo sono religiosamente un “non musicale”, perciò non posso credere. La sua idea è che molte persone sono più o meno “musicali”, cioè hanno il dono di poter sentire la musica, di cantare, di rispondere all’ascolto col canto, e questo in misure diverse; ma ci sono alcuni che non sono “musicali”, perché non capiscono, non sentono la realtà musicale e perciò non possono neppure cantare, e così dice: «La stessa cosa vale per la religione. Ci sono uomini sensibili per la religione, come ci sono persone “musicali” sensibili alla musica, ma io purtroppo sono “non musicale” in riferimento alla religione, e perciò non posso credere» [L’espressione «Dal punto di vista religioso io sono certo non musicale» si trova in una lettera di Max Weber del 1909, ed è stata ripresa più volte da Habermas, ].
Cosa dobbiamo dire? È vero che la sensibilità religiosa è diversa, che ci sono i santi con un’apertura e una sensibilità profondissime; e ci sono persone un po’ asciutte – direi – in riferimento alla religione, ma direi anche che nessuno è totalmente “non musicale” in riferimento a Dio. Il dono può essere un po’ nascosto, ma deve essere scoperto, sviluppato, educato con l’attenzione e l’attesa. (…). Questo punto è molto importante: sviluppare questa sensibilità per cui ogni cuore, anche se in modo diverso, è capace di quest’attenzione ai segnali di Dio. Ci sono i suoi segnali nella bellezza della natura, nella grandezza della sua Creazione, nella storia, nella mia vita, nella bellezza della Parola di Dio. Dobbiamo essere attenti a questi segnali e così rispondere, sentire il grido di Dio contro la nostra sordità religiosa. Agostino parla anche di sordità, per esprimere quella che abbiamo chiamato “non musicalità”, ma Dio grida se è necessario, e così dobbiamo svegliarci per essere più capaci di sentirlo (…).
La liturgia ci insegna a pregare con il centurione di Cafarnao: «Non sono degno che tu entri nella mia casa». Con questo atto di umiltà ci prepariamo, perchè Dio tuttavia entri in noi. Nello stesso tempo, possiamo pensare anche a un’altra parola dell’, dove il Signore dice: «Io sto alla tua porta e busso per entrare da te e cenare con te. (cfr. Ap 3,20). Il grande Dio bussa, aspetta che io apra la mia porta e Lui possa entrare e cenare con me, Entrare in uno scambio dell’essere – del pensare, del vivere, dei sentimenti, dei pensieri – che ci trasforma. E siamo grati al Signore che Lui, il grande, non solo si degna di entrare in me, ma prega e bussa e apre la porta del mio cuore, per poter entrare e cenare con me. Entrare realmente in intima comunione del vivere e dell’essere, del pensare e della volontà. «Signore ti apro: vieni, Signore!». Amen!
