Venerdì, sul rettangolo blu della Rod Laver Arena, Jannik Sinner affronterà Novak Djokovic mentre Carlos Alcaraz se la vedrà con Alexander Zverev: da tredici anni non accadeva che tutte e quattro le prime teste di serie raggiungessero le semifinali degli Australian Open, a dimostrazione che l’algoritmo delle classifiche ATP funziona bene. Nell’improbabilissimo caso ancora non lo sapeste, capite adesso che a fermarsi ai quarti di finale è Lorenzo Musetti (testa di serie 5 del torneo), che pure l’avrebbe meritato per il tennis formidabile mostrato per due ore nel match contro Nole. Dopo aver incassato il primo set per 6-4 e il secondo per 6-3, in un episodio di sfiga da manuale Lollo si procura uno strappo alla coscia destra che si aggrava all’inizio del terzo parziale, sul punteggio di 1-2; torna in campo dopo un medical time-out ma si deve ritirare al termine del quarto game per l’impossibilità di muoversi (proprio la sua mobilità era stata fino a quel momento la chiave della sua superiorità nei confronti del serbo, dieci volte campione a Melbourne).
Quanto visto oggi sul campo principale di Melbourne Park mi suggerisce una riflessione alla quale, paradossalmente, lo sfortunato esito di Musetti vs Djokovic aggiunge significato e valore. Apprendista stregone delle cronache di tennis, per parecchi anni non ho dovuto confrontarmi con il “problema dell’enfasi”. Osservavo i colleghi spagnoli, svizzeri, serbi o britannici e mi chiedevo come si regolassero con i loro supercampioni. Non li invidiavo, no, perché li immaginavo struggersi davanti al pc su come scrivere venti, trenta volte a stagione delle imprese di Federer, Wawrinka, Djokovic o Murray: senza esagerare e senza ripetersi. Perché tecnicamente il “problema dell’enfasi” in un pezzo giornalistico è lo scarto tra le evidenze disponibili e l’intensità del linguaggio usato.
In un manuale della Reuters ho letto che “le emozioni possono distorcere la scrittura e oscurare la correttezza del racconto”. Che è poi il rischio che noi cronisti italiani – pur forgiati dalla narrazione delle performance di Francesca Schiavone, Flavia Pennetta, Roberta Vinci, Sara Errani tra il 2008 e il 2015 – abbiamo forse corso per la prima volta nel 2021, quando Matteo Berrettini raggiunse la finale a Wimbledon. Il fenomeno è andato via via accentuandosi a seguito dei trionfi di Sinner, delle meraviglie di Musetti, degli exploit ripetuti di Paolini, dei successi di Cobolli e di altri ragazzi, delle conquiste di tre Coppe Davis e due BJK. Il mio impegno quotidiano è diventato così il contenimento dell’aggettivazione.
Poi capita, come oggi, di vedere il primo set di Lorenzo, vinto in rimonta da 0-2, e il secondo, dominato, e vengono spontanei solo attributi come “formidabile” (che infatti ho già usato qui sopra), “impressionante”, “meraviglioso”. Nel dopopartita, lo stesso Djokovic ammetterà, sui social e in conferenza stampa, che senza l’incidente Muso avrebbe vinto con merito. Lorenzo racconta invece, affranto, che il fastidio, avvertito all’inizio del secondo set, è andato crescendo fino alla decisione di gettare la spugna.
Gli stessi aggettivi – “impressionante”, eccetera – valgono per il successivo match di Jannik, che è meno generoso di Musetti in fatto di magie ma annichilisce con le sue geometrie il temibilissimo Ben Shelton, ventitreenne figlio d’arte, ATP 9. I primi due set vedono il numero 1 d’Italia prendere il largo in apertura e poi difendere senza patemi il vantaggio. Non si ripete nel terzo, perché l’americano alza il livello dell’aggressività ed è bravo a recuperare quando si trova in difficoltà, come nel quinto game. La priorità di Sinner, considerata l’esuberanza dell’avversario, è l’efficacia più che lo spettacolo. Minimizza i rischi, cerca con pazienza l’occasione per assestare il colpo del ko. Che trova nel finale, procurandosi tre palle di break: ci pensa Ben, con un doppio fallo, a mandarlo a servire per raggiungere la semifinale. Il colpo definitivo del 6-3 6-4 6-4 è un diritto centrale che impatta sui piedi dell’avversario. Tra due giorni, dunque, undicesima replica di Sinner vs Djokovic. Il serbo ha ceduto nelle ultime cinque, ma vendere in anticipo la sua pelle sarebbe un errore che l’italiano e il team non faranno.
Il tabellone femminile perde un altro pezzo di gerarchia. Sul centrale, Elena Rybakina smonta Iga Swiatek con un secco 7-5 6-1 che suona come uno spartiacque del torneo. Il primo set è una lunga trattativa, punto dopo punto; poi la kazaka alza il volume del servizio e accorcia gli scambi: la polacca, numero 2 del mondo, si ritrova incapace di arginare la potenza lineare di chi, a Melbourne, sembra aver ritrovato la versione più compiuta di sé. È una sorpresa solo sulla carta.
Nell’altro quarto di giornata, derby americano: Jessica Pegula batte Amanda Anisimova 6-2 7-6. Un primo set governato con ordine, un secondo più frastagliato, risolto al tie-break grazie alla maggiore solidità nei momenti che contano. Pegula avanza con il suo tennis razionale e senza sbavature, ma l’impressione è che Rybakina sia in questo momento assai più competitiva. Vedremo domani, dopo Svitolina vs. Sabalenka
