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Ucraina, l’analista Fesenko: “La missione a Miami per preparare l’incontro Trump-Zelensky a Davos”

Pace, sicurezza e un maxi-accordo economico: la missione ucraina a Miami apre la strada al possibile incontro Zelensky–Trump a Davos. Per l’analista ucraino Volodymyr Fesenko, direttore del centro studi “Penta”, sul tavolo ci saranno “il definitivo coordinamento di un piano di pace congiunto, e l’armonizzazione di un accordo di sicurezza con gli Stati Uniti. È possibile che vi sia già una reazione della Russia al piano di pace americano, e che questo debba essere discusso con l’Ucraina. Ma la missione è una preparazione per Davos, durante il quale è possibile la firma tra i due presidenti di un grande accordo di investimento ‘Per la prosperità dell’Ucraina’, cioè per la ricostruzione dell’Ucraina dopo la guerra”.

Si aspetta imboscate diplomatiche? “I rischi ci sono sempre, e l’Ucraina deve regolarmente neutralizzarli. Gli Stati Uniti sono periodicamente pronti a fare concessioni alla Russia”.

Perché Trump insiste nel rappresentare Zelensky come ostacolo all’accordo? “Non insiste. Oggi ritiene sia così, domani può accusarne Putin, dopodomani di nuovo Zelensky. Nel corso di un anno di presidenza abbiamo visto più volte cambiare la sua posizione. E non spiega perché. Secondo lui, Zelensky dovrebbe fare concessioni a Putin, accettare le sue richieste, e allora ci sarebbe la pace. Lo pensa perché, a suo avviso, la Russia è più forte. Zelensky non è d’accordo, perché difende gli interessi dell’Ucraina. E questo irrita un po’ Trump. Ma solo un po’. E’ una sua emozione contingente, non una tattica o un segnale politico. Va presa con calma, reagendo e confutando la tesi. Zelensky lo sta facendo”.


La Russia dice di avere attaccato nel 2022 per impedire la presenza della Nato in Ucraina, è difficile che ora la accetti per garantire la pace: è un modo per rifiutare un accordo? “La Russia non ha attaccato l’Ucraina per quello. In Ucraina non c’erano forze Nato e nessuno pianificava di dispiegarle. Tutte le richieste di Zelensky nel 2021 affinché all’Ucraina fosse concesso lo status di Piano d’azione per l’adesione alla Nato furono respinte, la Nato non diede alcuna promessa né garanzia. Putin ha attaccato per portarla completamente sotto il suo controllo. La considerava una preda facile, voleva prendere rapidamente Kiev e insediarvi un governo fantoccio. Ma non ci è riuscito. Se il problema fosse stato solo la Nato, Putin avrebbe dovuto accettare le proposte di Trump, il quale gli promette che non entrerà nella Nato. Ma non accetta, ed è chiaro perché: vuole di più, come minimo conquistare metà dell’Ucraina e indebolirla al massimo, oppure vincere completamente la guerra e prenderla tutta. Se parliamo delle forze multinazionali che Regno Unito e Francia promettono di inviare in Ucraina, questo è oggetto di negoziati. E non si tratta di forze Nato ma di forze di deterrenza puramente simboliche, che nemmeno intendono combattere. Il problema non è solo questo, e certamente non è il principale: Putin troverà qualsiasi modo o pretesto per rifiutare un accordo di pace, al momento non vuole porre fine alla guerra”.

Quando Trump dice che Putin è pronto a firmare la pace intende la capitolazione o un compromesso? Quali condizioni minime pretenderà Putin? E quali di esse possono essere accettabili per Kiev? “Putin intende proprio la capitolazione dell’Ucraina. Non abbiamo mai sentito il Cremlino accettare il piano di pace americano. Sappiamo a cosa l’Ucraina ha acconsentito e a cosa non ha acconsentito nei negoziati con gli Stati Uniti. Ma non sappiamo a cosa abbia acconsentito o meno la Russia. Ed è proprio questo il problema: Putin non chiede condizioni minime, bensì condizioni massime inaccettabili come il ritiro unilaterale dal Donbass, e limitazioni della sovranità ucraina”.

Su quali questioni principali e perché Zelensky ha detto che rispetto agli Usa “non siamo dalla stessa parte”? “Siamo dalla stessa parte degli Stati Uniti su 18 punti su 20 del piano di pace proposto dagli Usa, soprattutto per quanto riguarda il cessate il fuoco. Non c’è unità su due questioni: lo status del Donbass, in particolare il ritiro delle truppe ucraine; e lo status della centrale nucleare di Zaporizhia”.

A Davos potrebbe davvero essere firmato un accordo tra Zelensky e Trump? “E’ possibile la firma di un grande accordo di investimento da 800 miliardi di dollari per la ricostruzione dell’Ucraina nel periodo postbellico. Ma non sono sicuro che avverrà: in cambio Trump potrebbe pretendere che l’Ucraina accetti le richieste russe. Del contenuto si sa poco, e non si tratta di un nuovo Piano Marshall bensì di un grande piano d’affari”.

Gli attacchi russi e la crisi energetica possono piegare Kiev a firmare un accordo… doloroso? “No. L’Ucraina è pronta a compromessi, ma non accetterà la capitolazione”.

Zelensky è indebolito da inchieste e rimpasti di governo? “Al contrario. Attraverso il nuovo equilibrio di forze e attraverso i rimpasti cerca di ristabilire e persino rafforzare la propria influenza. Sta dimostrando di essere ancora lui il direttore d’orchestra”.