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Vertice Ue, così nella notte è scattata la trappola: isolati Merz e von der Leyen

BRUXELLES – «Uncapped». Ossia senza limiti. È stata questa la parola chiave di un piano ordito in piena regola. Realizzato nel silenzio e con la complicità di molti. Con due vittime: Ursula von der Leyen e Friedrich Merz. E diversi artefici: Giorgia Meloni, Emmanuel Macron, Viktor Orbán. La lunga notte del Consiglio europeo si è così trasformata in una trappola per la Germania, i cosiddetti frugali del nord Europa e la Commissione Ue. I quali hanno capito solo dopo la cena di giovedì sera che i loro propositi di finanziare il fabbisogno ucraino con gli asset russi congelati erano ormai archiviati da tempo. E che quello era solo l’esito finale di un disegno elaborato con una strana alleanza trasversale.

La trappola si è svelata quando nell’ultimo documento concordato tra l’esecutivo europeo e il governo belga sulle garanzie da prestare per l’uso dei beni del Cremlino, compariva tra parentesi la parola «uncapped», ovvero garanzie dei partner in favore del Belgio senza limiti, anche oltre i 210 miliardi degli asset russi in caso di problemi legali. Tra parentesi, però, perché era l’unico passaggio del testo senza l’intesa tra i due interlocutori. Su tutto il resto l’accordo era pieno. «Ma senza quel termine – diceva il premier del Belgio durante la cena – io non posso essere favorevole». Questa frase è stata il campanello d’avvio. Da quel momento, appena la discussione è ripresa dopo la cena, è partito il ballo. Con il primo intervento, inatteso per Berlino. Perché a prendere la parola è stato il Cancelliere austriaco, Christian Stocker, sollevando dubbi con una frase che da quel momento in poi hanno ripetuto quasi tutti: «Se così stanno le cose…». Per pura casualità, perché l’ordine degli interventi era stabilito così, dopo l’austriaco ha preso la parola Giorgia Meloni: «Se così stanno le cose… dobbiamo valutare tutti i rischi di questa opzione. Vogliamo davvero correrli?». Ha poi citato tre aspetti: il pericolo di una «retaliation», ossia ritorsione, da parte russa sulle aziende. E l’Italia ne ha ancora parecchie in Russia. Le cause legali e il danno reputazionale. La valanga è scattata. Nella discussione un solo Paese, baltico, si è dichiarato pronto ad accettare quella parolina, «uncapped». Tutti gli altri, dalla Bulgaria a Malta: «Non è possibile». Fino a quando è stato il turno di Emmanuel Macron. Che ha esposto le sue ragioni sostanzialmente ricalcando quelle della premier italiana. E poi ha aggiunto: «Un accordo di questo tipo, “uncapped”, io non possono portarlo in Parlamento. Non passerebbe». Una riflessione che ha colpito molti dei presenti perché pronunciandola, Meloni ha fatto un gesto di assenso con la testa come a dire: «Vale anche per me». In più Macron ha fatto riferimento ai dubbi della Bce. E in effetti nel primo pomeriggio era arrivata sul tavolo del Consiglio la dichiarazione della presidente della Banca, Christine Lagarde, che aveva messo un po’ tutti in allarme.

Nel racconto, però, bisogna fare un passo indietro. Nel primo giro di tavolo molti ma non tutti – ad esempio non la Germania e la Polonia – avevano teso la mano al Belgio: «Non useremo la maggioranza qualificata contro di voi». Perché l’uso degli asset poteva passare non all’unanimità. Una premessa che alla luce degli eventi successivi faceva parte del piano. Nella consapevolezza che von der Leyen fino all’ultimo ripeteva che «l’unica soluzione praticabile è l’utilizzo dei beni russi». Linea condivisa in toto da Merz che aggiungeva: «Mai nuovi eurobond».

Ma una maggioranza occulta si era già formata. «E allora –hanno domandato Macron e Meloni – perché non trovare spazio nel bilancio europeo?». La risposta di von der Leyen ha a sua volta svelato il patto con Berlino: «Serve l’unanimità. E non mi pare che ci sia». Ma succede l’imprevedibile. L’ultimo tassello del mosaico viene incastonato in quel momento. La parola era del presidente del Consiglio europeo, Antònio Costa. «Viktor – ha chiesto rivolgendosi a Orbán – ma tu saresti disponibile a votare la possibilità di emettere eurobond?». La risposta del premier ungherese è stata lunghissima. Piena di critiche all’Ue e di apprezzamenti alla Russia. Ma poi ha fatto scivolare un’ultima considerazione, per certi versi autoironica: «Sapete che a me non piace bloccare le decisioni, mettere il veto. Quindi, io non partecipo agli eurobond ma consento che voi lo facciate». Colpo di scena. A quel punto Merz, von der Leyen e i frugali si ritrovano in un angolo. Anche perché in teoria – solo in teoria – la Commissione aveva preparato anche una proposta per il debito congiunto. La paura di far slittare la decisione e uscire dal vertice senza una scelta terrorizzava tutti, anche Berlino. Sarebbe stata un’ammissione di debolezza. Tutti danno l’assenso agli eurobond. Si chiude il summit e la partita. E uscendo dalla sala, uno dei partecipanti più autorevoli, ha commentato sardonico: «Questa è la differenza tra chi è un politico e chi no. Merz non è un politico».