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AI, giornalismo e democrazia: l’agorà rischia di frantumarsi

· Culture

In alto, al centro di Guernica, c’è una lampadina. Picasso la dipinge nel 1937, quando l’elettricità domestica promette il progresso. Eppure quella lampadina illumina un bombardamento, sotto ci sono uomini e animali straziati, una città distrutta. Giovanni Gozzini, storico e professore all’Università di Siena, e Marco Pratellesi, giornalista già alla guida di Corriere.it e condirettore dell’agenzia Agi, cominciano da qui il loro Intelligenza artificiale, giornalismo, democrazia (Edizioni Scientifiche Italiane): sappiamo costruire lampadine e sappiamo costruire bombe. La tecnologia non decide da che parte stare.

È un’immagine che prova a togliere di mezzo il (troppo) rumore delle ultime settimane sulle macchine che ci sostituiranno, ci uccideranno o ci salveranno. Il problema non è attribuire una volontà al chatbot, ma capire quale umanissima decisione lo costruisce, lo addestra, lo impiega e gli delega un’azione. Il libro — un documentatissimo manuale con un imponente apparato di note, volutamente fitto anche per prendere le distanze dal pressappochismo dell’intelligenza artificiale — passa dagli algoritmi usati a Gaza al controllo sociale cinese, dalla competizione tra Stati Uniti e Cina alle redazioni dei giornali dove l’AI sta entrando o è già entrata. La domanda rimane: quanto siamo disposti a cedere alla macchina e quanta responsabilità vogliamo tenere per noi?

La questione è più antica di ChatGpt, molto più antica. Ne parlava già Platone, nel Fedro. Il dio Theuth presenta al re Thamus la sua ultima invenzione, la scrittura, e il sovrano lo gela: chi si fiderà dei segni esterni scambierà l’apparenza della sapienza con il sapere vero. Da ventiquattro secoli ogni tecnologia della parola si porta dietro lo stesso doppio sguardo, sospeso tra entusiasmo e diffidenza. Con l’intelligenza artificiale c’è un problema in più: mette in fila frasi con tanta naturalezza da farci credere che dall’altra parte ci sia qualcuno capace di pensare e sentire.

Gozzini e Pratellesi diffidano dell’antropomorfismo. Un modello linguistico abita in un «mondo di carta» digitale, non «vede» il mondo ma ne percorre le tracce statistiche depositate in testi e dati. Gli autori richiamano il paradosso di Hans Moravec: un bambino che corre sugli scogli compie d’istinto un’impresa senso-motoria che mette in crisi anche i computer più potenti. Perché il pensiero richiede anche una forma di selezione e di oblio: il bambino non calcola l’intera mappa della scogliera, come deve fare la macchina, ma possiede la «salienza», ossia la capacità di lasciar cadere i dettagli inutili e cogliere solo i punti d’appoggio per quel passo e per il successivo.

Nella seconda metà, il libro sull’AI diventa (anche) un manuale di giornalismo e una riflessione su chi di mestiere cerca e spiega le notizie. Le macchine sono già brave a trascrivere, tradurre, interrogare archivi, trovare schemi dentro milioni di documenti, trasformare dati in testi. Possono persino scovare quelle che gli autori chiamano «pre-news»: notizie nascoste nei dati. Ma uno scoop, per definizione, riguarda qualcosa che scritto ancora non è. L’AI può suggerire una pista, trovare un’anomalia, collegare documenti scovati in mezzo ad archivi immensi. Poi serve qualcuno che verifichi, insista, alzi il telefono, possibilmente esca e vada a vedere. Gli autori lo dicono in modo meno paludato: bisogna «smuovere il sedere», per rispondere alla quinta delle cinque «w» del giornalismo anglosassone classico, il why. Il perché diventa sempre più indispensabile per capire le cause, ricostruire un contesto, stabilire che cosa conta.

Per Walter Lippmann non c’è legge più alta nel giornalismo che «raccontare la verità e svergognare il diavolo»: il diritto alle proprie opinioni, ricordano gli autori, non può essere scambiato per il diritto ad avere i propri fatti. Oggi invece la mediazione tra noi e quei fatti è sempre più affidata ad algoritmi opachi, progettati per catturare l’attenzione.
La piazza pubblica della democrazia, l’agorà, rischia così di frantumarsi in camere dell’eco separate. E mentre deepfake e contenuti sintetici rendono facile confondere ciò che è accaduto con ciò che gli assomiglia, il lettore ha il diritto di sapere «chi è il Dj», usando una delle formule più felici del libro (dal caso vero di un disc-jockey serbo che ha comprato duemila siti defunti per riempirli di articoli generati dall’AI): sapere, cioè, se dietro la pagina c’è un reporter o un algoritmo.

Il giornalismo ha già ceduto un gran pezzo della sua anima alle piattaforme, inseguendo traffico e clic. Ora rischia di consegnare all’AI anche archivi, stile, reputazione e voce. La risposta di Gozzini e Pratellesi non è luddista: le macchine vanno usate per ciò che sanno fare bene, mantenendo visibili responsabilità, regole e controllo umano.

22 ott 2026 | 11:04