Brexit, dieci anni dopo: «I britannici sono più poveri e più isolati»
Più poveri, più isolati e ancora alle prese con Bruxelles. Dieci anni dopo il referendum sulla Brexit, il bilancio della separazione dall’Unione europea è ben diverso dalle promesse del 2016, sostiene Federico Fabbrini, professore ordinario di diritto europeo alla Dublin City University, fellow alla Kennedy School di Harvard e direttore fondatore del Brexit Institute, un centro di ricerca fondato in Irlanda dieci anni fa che ha analizzato le conseguenze della Brexit. È inoltre autore di «Brexit: Tra diritto e politica» (il Mulino). Secondo Fabbrini, anche le dimissioni del premier Starmer, in realtà, sono «l’onda lunga della Brexit».
Il 23 giugno del 2016 con un referendum il Regno Unito decise di uscire dall’Unione europea. Qual è oggi l'effetto più tangibile della Brexit nella vita quotidiana dei britannici dieci anni dopo il voto e cinque dall'uscita effettiva dall'Unione?
«A causa della Brexit i britannici sono oggi più poveri e più isolati. In quanto progetto sovranista Brexit ha da un lato ha anticipato le dinamiche populiste che hanno raggiunto l'apice con Trump negli Usa. Ma dall'altro lato, però, il progressivo indebolimento dell'ordine giuridico internazionale, proprio a causa di Trump, ha reso la Brexit insostenibile. Il Regno Unito non è più un Impero 2.0, come alcuni fautori di Brexit si immaginavano, ma un paese di medie dimensioni, che può fare poco da solo in un mondo ostile».
Se dovesse indicare la principale conseguenza concreta percepita da cittadini e imprese, quale sarebbe?
«I dati parlano chiaro: uscire dall'Ue ha danneggiato l'economia britannica, ridotto gli investimenti esteri e causato un aumento dell'inflazione. Naturalmente anche altri fattori vanno tenuti in conto, inclusi la pandemia e la guerra in Ucraina. Ma uscendo dal mercato dell'Ue, che è il principale partner commerciale dell'Ue, il Regno Unito si è dato la zappa sui piedi».
Nel 2016 i sostenitori della Brexit promettevano maggiore sovranità politica e controllo delle frontiere, mentre gli oppositori temevano un costo economico elevato. A dieci anni di distanza, chi è stato più vicino alla realtà dei fatti?
«Ironicamente, se uno degli obiettivi dei sostenitori della Brexit era ridurre l'immigrazione, in realtà questa è aumentata nell'ultimo decennio, specialmente da paesi extra-Ue. Inoltre, i sostenitori della Brexit avevano promesso che riducendo i contributi di bilancio all'Ue il Regno Unito avrebbe potuto investire più risorse nel sistema sanitario nazionale. In realtà, per uscire dall'Ue il Regno Unito ha accettato di continuare a pagare contributi al bilancio Ue, oltre 37 miliardi di sterline sino al 2064! E a causa della minore crescita economica post-Brexit, il sistema sanitario non ha affatto beneficiato di denaro aggiuntivo».
La Brexit viene spesso descritta come un evento concluso. In realtà il Regno Unito continua a negoziare con Bruxelles su commercio, sicurezza, ricerca e difesa. Possiamo davvero parlare di una separazione compiuta o la Brexit è ancora un processo in corso?
«I termini dell'uscita del Regno Unito dall'Ue sono definiti in due trattati. L'Accordo di recesso del 2020, che come in un divorzio ha definito una serie di questioni pendenti e transitorie, tra cui quelle di grande importanza come tutelare i diritti dei cittadini europei residenti nel Regno Unito e preservare la pace in Irlanda del Nord. Il secondo trattato, l'Accordo di Cooperazione e commercio del 2021, ha invece stabilito un nuovo quadro di partenariato tra Ue e Regno Unito. Ma questo accordo è minimale: si prevede solo che il commercio di merci non sia sottoposto a dazi, ma ampi settori, come i servizi, sono coperti solo da forme basilari di coordinamento. Per non parlare della difesa, che neppure è inclusa nel trattato. Visti questi limiti, è inevitabile che il Regno Unito stia cercando di negoziare con l'Ue una serie di accordi ulteriori, per limitare i danni della Brexit e riavvicinarsi all'Ue».
Dal punto di vista giuridico e politico, quanto è irreversibile la Brexit? Se tra dieci o vent'anni emergesse una maggioranza favorevole a un riavvicinamento all'Unione europea, quali strade concrete avrebbe il Regno Unito? Un ritorno nell'Ue è realistico o ormai appartiene alla storia controfattuale?
«Dal punto di vista giuridico, il Regno Unito potrebbe chiedere di rientrare nell'UE. L'articolo 50 del trattato, la clausola che governa il recesso, è assolutamente esplicito al riguardo. La questione è dunque politica. Da qualche anno ormai i sondaggi ci dicono che la maggior parte dei britannici si pente di aver lasciato l'Ue, un fenomeno noto come Bregret. Brexit però ha lasciato una ferita profonda nel sistema dei partiti britannici, evidente nell'esitazione del premier Starmer nel riportare il Regno Unito in Europa, nonostante la maggioranza di cui il Partito Laburista gode in Parlamento. E la crescita elettorale di Farage, che ha trasformato il suo Brexit Party nel Reform Party, rendendolo di fatto un partito anti-immigrazione, complica le cose. Per un possibile ritorno del Regno Unito nell'UE servirà quindi come minimo ancora tempo».
Nel suo libro lei sostiene che la Brexit è stata la più grave crisi mai vissuta dall'Unione europea, ma anche un possibile fattore di rilancio del progetto europeo. Dieci anni dopo, il Regno Unito non sembra il vincitore della Brexit, pur avendo recuperato autonomia. Come vede l'Unione europea che ha dimostrato di poter sopravvivere all'uscita di uno dei suoi membri più importanti?
«Brexit è stata una sconfitta per il Regno Unito. Paradossalmente, invece, essa ha aperto delle possibilità per l'Ue. L'unione fiscale compiuta con il Next Generation EU e l'integrazione europea nel campo della difesa non sarebbero probabilmente state possibili a bordo del Regno Unito. Nondimeno, il fatto che uno Stato sia uscito dall'Ue resta una macchia nella storia dell'integrazione continentale, e l'Ue continua ad affrontare una serie di sfide esistenziali. Tra queste c'è anche l'allargamento. Se però l'Ue dovesse ideare forme di membership associata per alcuni nuovi paesi, come ad esempio l'Ucraina, questo potrebbe forse anche tornare utile per rivedere le relazioni anche con il Regno Unito».
Come valuta le dimissioni del primo ministro Starmer?
«Le dimissioni di Starmer in realtà non sono altro che l'onda lunga della Brexit, che ha spaccato il Partito Laburista come ha fatto anche con i conservatori. Le difficoltà di Starmer nello sviluppare un'agenda di governo credibile - al di là di errori contingenti e fattori personali - sono dovute a motivi strutturali: all'interno del Partito Laburista c’è una contraddizione, specie sulla posizione da prendere verso l'Europa, e temo che il successore di Starmer avrà lo stesso problema».