Gianni Rivera e il Baresi privato: «Invitai Franco al mio tavolo e conobbi un uomo buono. Sapevo che non stava bene, ma mi disse: "Non è niente di particolare"»
Gianni Rivera, raccontava Franco Baresi, «era l’idolo di tutta la mia famiglia, compreso mio fratello Beppe, fin da quando ero bambino». Nelle campagne di Travagliato, a parte un pallone da prendere a calci a piedi nudi c’era solo il santino del Golden Boy a nutrire la passione e la fantasia dei fratelli. «Poi ho avuto la fortuna di giocare con lui anche se per poco e ho capito cosa significa rendere semplice il calcio».
Gianni Rivera non ha mai smesso di seguire quel ragazzo che in campo gli dava del «lei». Anche quando la partita della vita stava per finire.
«Sapevo che Franco non stava bene, così due mesi fa l’ho chiamato. Era
contento di sentirmi, aveva la voce un po’ affaticata, ma mi disse che stava continuando il suo percorso di guarigione, che stava andando tutto bene e che si sentiva fiducioso di farcela. Mi disse: non è niente di particolare, dai. Ma forse voleva solo tranquillizzarmi».
Non si aspettava un finale così tragico, quindi?
«Il precipitare degli ultimi giorni devo confessare che mi ha sorpreso e scioccato. Non ero preparato al peggio, per me è stato un momento di grande tristezza e sconforto. Mi sono tornati in mente tanti ricordi».
Il primo?
«Il primo Franco che ho conosciuto era un ragazzo timido, educato, di poche parole, come me. Spesso ci parlavamo a sguardi. In campo avevo visto subito che era un campione. A Milanello pretendevo sedesse al mio tavolo, con Bigon. Volevo che nessuno gli creasse problemi, che si sentisse in famiglia».
Non riusciva a darle del tu.
«È normale: lui aveva 17 anni, io 35, era il suo primo anno di carriera e il mio ultimo. Era successo anche a me ragazzo con Liedholm, che aveva 22 anni più di me. Mi faceva impressione: gli ho dato del lei per tutta la vita».
In cosa Rivera e Baresi si somigliavano?
«Credo nel carisma, che non ti regala nessuno, nell’eleganza, nella capacità di controllare le emozioni».
E basta?
«Siamo figli di un’Italia che forse non c’è più. Io ero figlio di un ferroviere, lui di un contadino, siamo stati bambini che vivevano con niente, innamorati solo di un pallone, costretti a crescere in fretta perché già titolari, minorenni, nel Milan. Certe esperienze ti fanno diverso e in questo eravamo simili».
Baresi diceva che i più grandi campioni con cui aveva giocato erano Rivera e Van Basten.
«Anche per me lui è stato un giocatore di un altro pianeta, il libero più forte di sempre. Il Rivera dei difensori».
Nell’album dei ricordi cosa c’è?
«Il suo esordio a Verona nel ‘78 al posto dell’infortunato Turone. Liedholm all’inizio pensava di mettere Bigon libero perché Franco a 17 anni era un azzardo. Invece giocò benissimo. Rocco per prenderlo in giro gli disse in triestino: ciò, mona, hai giocato anche tu? Ma aveva capito di che pasta era fatto».
Anche il debutto di Baresi in Nazionale fu particolare?
«Aveva 22 anni e a Firenze contro la Romania fu il migliore in campo. A fine partita, però, io e Giussy Farina dovemmo caricarlo in auto perché il giorno dopo giocavamo con il Como in B. Perdemmo per un gol di Palanca, ma anche lì i voti più alti nelle pagelle li prese lui. Indistruttibile».
Come ai Mondiali di Pasadena.
«Esatto. Recuperò dall’infortunio al menisco in tre settimane e si presentò in finale giocandola da fuoriclasse. Le lacrime a fine partita raccontano l’uomo che è stato».
Lei lo difese dal ct dell’Italia Enzo Bearzot.
«In Nazionale il libero era Scirea e Bearzot voleva provare Franco da mediano. Dissi che era assurdo cambiare posizione a un libero nato come lui. Certo, con i suoi mezzi poteva giocare ovunque ma non si capisce perché avrebbe dovuto farlo».
Fu ospite al matrimonio.
«Sì, a Laterina in provincia di Arezzo, c’era tutta la squadra, è stata forse l’unica volta che l’ho visto emozionato. Ma anche lì: niente viaggio di nozze. Il giorno dopo doveva presentarsi a Milanello: avevamo da preparare la prima con l’Udinese a San Siro. Ma era troppo felice per lamentarsi».
Il Pallone d’oro: Baresi lo meritava?
«È sempre stato più facile premiare gli attaccanti che i difensori, ma io posso dire poco perché sono stato anche l’unico attaccante ad arrivare secondo dietro un portiere».
C’è una bella foto che vi racconta insieme.
«Quella di ritorno dal Camp Nou dopo la vittoria con lo Steaua nella finale di Coppa Campioni. Prima di far scendere la squadra dall’aereo con la Coppa mandarono me e Cesare Maldini sulla scaletta con Sacchi e Baresi per raccontare il Milan attraverso i suoi capitani. Un’idea così non verrebbe di certo a un presidente americano di oggi…».
Cosa resterà della storia di Franco Baresi?
«La lezione di vita di un talento straordinario e di un uomo buono che ha fatto della lealtà, dell’impegno e dell’amore per i colori la sua bandiera. Il problema è che nel calcio di oggi, dove comandano il marketing e i procuratori, questa lezione nessuno la imparerà».
2 ago 2026 | 07:51