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La leggendaria scomparsa di Harry Houdini

· Culture

Per affrontare la biografia di Harry Houdini, il più noto illusionista ed escapista di ogni tempo, è sempre opportuno partire dalla morte, avvenuta a Detroit il 31 ottobre 1926, cento anni fa. A riprova della dimensione leggendaria da lui acquisita, infatti, è credenza comune che Houdini (nato a Budapest il 24 marzo 1874 con il nome di Erik Weisz) abbia perso la vita durante una delle sue incredibili e rischiosissime esibizioni. Per la precisione, nel corso di un tentativo di liberarsi dalle catene mentre era completamente immerso nell’acqua contenuta in una teca trasparente: un esperimento, noto come «cella della tortura cinese dell’acqua», che Houdini aveva effettivamente eseguito molte volte nella sua carriera.

Houdini, però, non perì affatto in questo modo e in ogni caso non morì nel corso di una delle sue performance. Assai meno drammaticamente, a essergli fatale  quando lui aveva cinquantadue anni - fu una peritonite causata dalla rottura dell’appendice, evento occorsogli dopo che un giovane praticante di boxe, studente presso la canadese McGill University, lo aveva colpito nei camerini del Princess Theatre di Montréal per testare la resistenza dei suoi formidabili addominali. Una pratica, questa, a cui Houdini - il cui nome d’arte omaggia il mago francese Jean Eugène Robert-Houdin (1805-1871) - si sottoponeva regolarmente, permettendo appunto ai suoi ammiratori di sferrargli un pugno sull’addome, ma in quel frangente le cose non andarono per il verso giusto. 

Come spesso accade con i personaggi famosi, la banalità di questo decesso portò alla nascita di dietrologie e tesi complottistiche, tra cui quella che Houdini fosse stato avvelenato da non meglio identificati spiritisti con cui era entrato in urto. Teorie a cui ora si aggiunge quella dell'urologa americana , ora in pensione, Larrian Gillespie, che sta mettendo in discussione anche la peritonite, preferendo l'ipotesi dell'ostruzione intestinale, come riporta il «New York Times».   
Il motivo: oltre a praticare ai più alti livelli l’illusionismo e l’escapologia (la capacità di divincolarsi da impedimenti fisici sia grazie a un sapiente utilizzo del corpo sia attraverso un eccezionale controllo mentale e nervoso), Houdini profondeva tempo ed energie, mettendo a frutto le sue conoscenze nel campo della prestidigitazione, nell’attività di sbugiardare gli adepti dell’occultismo. Un impegno che, tra l’altro, gli procurò l’astio di Arthur Conan Doyle, il creatore di Sherlock Holmes, il quale, riuscendo evidentemente a conciliarlo con il razionalismo che di certo gli apparteneva, era un sostenitore fervente dello spiritismo. 

Membro della loggia massonica St. Cecile n. 568 di New York, Houdini ricevette l’estremo saluto il 4 novembre 1926 da parte di una folla di oltre duemila persone. Essendo di religione ebraica (era figlio di un rabbino), i suoi funerali si svolsero nella sala da ballo della Elks Club Lodge, un’organizzazione benefica dai locali molto spaziosi la cui sede era allora sulla 43ª strada di Manhattan, e la sua salma è tuttora sepolta nel cimitero ebraico di Machpelah, nel distretto del Queens.

Oltre ad aver fatto l’attore in una manciata di pellicole mute girate tra il 1919 e il 1923, Houdini è stato raccontato numerose volte sia al cinema che in televisione. Il titolo più celebre tra quelli a lui dedicati rimane i film del 1953 Il mago Houdini, diretto da George Marshall, in cui è Tony Curtis a impersonarlo. Tra i tributi italiani,  il numero 206 della collana a fumetti «Martin Mystère», pubblicato da Sergio Bonelli Editore nel giugno 2006, in cui gli autori Alfredo Castelli (ai testi) e Paolo Ongaro (ai disegni) immaginano che il Detective dell’impossibile - è questo il soprannome dell’archeologo e divulgatore Mystère - entri in possesso del diario di un prestigiatore del diciottesimo secolo le cui pagine avrebbero influenzato proprio Houdini nelle sue singolari scelte di vita. 

24 ottobre 2026, 10:24 - Aggiornata il 24 ottobre 2026 , 10:24