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La rivoluzione di Chivu non ha funzionato, Amorim ha in mano la squadra nonostante la rosa corta. Questo Milan scoppia di salute

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Adesso sono otto i derby consecutivi del Milan: sei vittorie e due pareggi. È dal giorno dell’ultimo scudetto dell’Inter, vinto nel derby del 22 aprile di due anni fa, che il mondo si è capovolto: dopo quello che per i nerazzurri era il sesto centro di fila, si è aperto il dominio rossonero. È qualcosa che va oltre la tecnica, la tattica, i moduli. E la classifica, che alla fine vede l’Inter sempre sopra. Chivu ha battuto tutte le squadre di serie A eccetto una, il Milan: tre partite, tre sconfitte. E ieri aveva fatto la rivoluzione per tentare di invertire la tendenza. Dopo sette anni di 3-5-2 (salvo rarissime eccezioni), ecco un inedito 3-4-2-1. 

Aveva anche parlato di atteggiamento Chivu e chiesto «provincialità». Cioè attenzione, umiltà, applicazione. Niente da fare. L’Inter è partita molle come al solito contro un Milan fiammeggiante, feroce. Ha pagato cara l’ormai classica marcatura sui cross, né a uomo né a zona, ma a vista: tutti fermi a guardare Pulisic e Rabiot liberi in area. L’efficacia dei rossoneri contrastava con l’approssimazione dei nerazzurri (malissimo Barella). 

La velocità di Moreira e l’abilità di Maignan erano le basi sulle quali il Milan costruiva un primo tempo maestoso e un doppio vantaggio rassicurante. Poteva essere un derby di svolta soprattutto per il Milan. Avesse perso sarebbe precipitato a 10 punti dall’Inter e dalla Lazio. Invece è stato un derby di rilancio, non di rinascita, semmai di nascita. Cardinale ha parlato di scudetto come obiettivo da centrare, magari già quest’anno. Resta difficile perché la concorrenza è folta e agguerrita, ma la vittoria di ieri è una di quelle che possono cambiarti ruolo, aspettative, aspirazioni. 

Amorim ha in mano la sua squadra, che ha un unico limite, quello di una rosa poco profonda. Chivu che già era tornato da Venezia con un bel po’ di dubbi, da ieri ne ha tanti di più. Gli manca Lautaro, certo, ma non può l’assenza del capitano spiegare una serata come quella di ieri. È vero, in fondo è solo la prima sconfitta in campionato, ma può avere ripercussioni gravi e profonde. Perché adesso il Milan è tornato a 4 punti e scoppia di salute, la Lazio (col Cagliari) può salire a più 3, il Como (col Venezia) arrivare a meno 2. E a meno 1 c’è la Roma. 

L’Udinese, va detto, è una squadra di fantasmi ma la Roma l’ha schiantata col sorriso sulle labbra. Al di là della fragilità dei friulani (un punto, col Parma, nelle ultime 8 partite), colpiscono della squadra di Gasperini qualità, ritmo e insistenza. Malen è una certezza, ma nessuno dei suoi compagni sta a guardare e Cristante spadroneggia ovunque, in difesa, in mezzo, in attacco. L’impressione che dà la Roma è di essere una squadra matura, che sa sempre cosa fare. Anche quando, come ieri, doveva fare a meno di Dybala, Koné, Pellegrini e Svilar. Fatti i conti, iI 5-2 finale non è il risultato più giusto, all’Udinese poteva andare peggio.