L'Unione europea sotto assedio: serve difenderla ad alta voce. Il nuovo saggio di Paolo Gentiloni
Nel maggio 2017 Paolo Gentiloni, allora presidente del Consiglio, ospitò a Taormina il vertice del G7. C’erano i veterani, come la cancelliera Angela Merkel o il premier canadese Justin Trudeau. E c’erano gli esordienti, fra i quali lo stesso Gentiloni, il presidente francese Emmanuel Macron, la premier britannica Theresa May. Ma tutta l’attenzione era rivolta soprattutto alla presenza di un autentico Forrest Gump: il presidente americano Donald Trump, che a novembre aveva ottenuto una vittoria in cui nessuno, lui per primo, credeva. Era ancora in fase di rodaggio, si faceva parzialmente guidare dagli «adulti» del suo staff, anche se diceva già chiaro e tondo di voler denunciare gli accordi di Parigi sul clima. In fondo era un Apprentice, un apprendista.
«Eppure, mi rimane impresso nella memoria il fatto che già allora Trump su un punto aveva idee molto chiare. Non amava l’Unione europea». Quando infatti vide che al tavolo, accanto ai leader dei sette Paesi, sedevano altri due signori — Jean-Claude Juncker, capo della Commissione europea e Donald Tusk che presiedeva il Consiglio Ue — Trump chiese subito al padrone di casa: «Ma cos’è questa Commissione, un’organizzazione internazionale?». Furono scintille tra leader della Casa Bianca e Juncker, uno che non le mandava a dire.
L’aneddoto è raccontato da Gentiloni in Diventare una potenza, il saggio che l’ex capo del governo ha appena pubblicato per Rizzoli. Dove la questione implicita nella domanda di Trump — «un problema serio», chiosa l’autore — è il là per una riflessione sull’identità europea, che diventa premessa a una road map politica e strategica, di cui mai come adesso l’Unione accusa l’assenza e la necessità.
Afferrare cosa sia l’Europa, è semplice e complicato allo stesso tempo. «Un ibrido in cammino», scrive Gentiloni, che «sfida i luoghi comuni più consolidati sullo Stato nazionale e la sua sovranità». Edgar Morin parlava di «comunità di destino». George Steiner diceva che «l’Europa è i suoi caffè», quelli di Lisbona, Berlino, Copenaghen, Trieste e Palermo. Nato in Francia da genitori ebrei viennesi, naturalizzato americano, lo scrittore celebrava «le strade e le piazze dove camminano le donne e i bambini europei», che «hanno preso il nome da statisti, generali, poeti artisti, compositori, scienziati e filosofi», autentiche «camere di risonanza di grandi imprese storiche, artistiche e scientifiche». C’è anche una realtà attuale e incontrovertibile. L’Europa è il continente dove si vive più a lungo, il più sicuro e impegnato a ridurre le disuguaglianze, grazie a tasse progressive, sanità e scuole pubbliche, sistemi pensionistici solidi, ammortizzatori sociali efficaci. E ancora, è il luogo dello Stato di diritto, della parità di genere, della libertà di pensiero, della tutela delle minoranze e del rispetto dell’ambiente . «Verrebbe da dire — scrive Gentiloni — che l’Europa è il peggior Continente in cui nascere, fatta accezione per tutti gli altri».
Oggi però l’Europa è sotto un doppio assedio. Dall’esterno, minacciata da un lato dall’espansionismo della Russia di Putin che ha smascherato l’illusione del Wandel durch Handel, il cambiamento attraverso il commercio, dopo la caduta dell’Urss. E dall’altro dal nazionalismo imperiale dell’America di Trump che considera «l’Unione nemico della libertà e della sovranità degli Stati», dentro una nuova visione del mondo che, bruciati i ponti dell’atlantismo, postula poche grandi potenze in lotta per espandere le rispettive aree d’influenza. Dall’interno, dove movimenti e governi nazional-populisti, abbandonato o quasi l’obiettivo di andarsene dall’Ue, scoprono la vocazione della quinta colonna: «Non più uscire dall’Europa, ma indebolire e corrodere l’Unione dall’interno, rimettendo le chiavi di ogni decisione in mano agli Stati nazionali». Il nemico comune dei nemici dell’Europa è «Bruxelles», simbolo e metafora di ogni male.
In questo scenario, spiega Gentiloni, «garantirsi la sopravvivenza non basta», perché «quando una parte dello schieramento politico e culturale prende di mira l’Europa sempre e comunque, sarebbe bene che chi questa Europa come comunità di valori vuole difenderla lo facesse ad alta voce».
L’ex commissario europeo fa una scelta di campo decisa, la Federazione degli Stati-nazione, seguendo la strada maestra tracciata da Jacques Delors già nel 1989 e ripresa da Joschka Fischer all’inizio del nuovo Millennio: «Solo la Federazione potrà avere davvero una politica estera e una difesa comuni, un tesoro centrale, una sola politica energetica, un bilancio federale degno di questo nome».
Vasto programma, si potrebbe osservare con De Gaulle. Chi lo porterà avanti? Gentiloni ne è consapevole e lancia la sua provocazione alla sinistra europea, cui non lesina critiche: «E se lo facessimo noi? Noi democratici, cattolici, verdi, noi di sinistra». E quanto alle leadership, di cui oggi sempre si lamenta l’assenza: «Se ci provasse l’Italia, mettendosi alla testa, non certo da sola, di un percorso costituente?».
E siccome l’autonomia strategica è fatta di decisioni concrete, Gentiloni offre nove proposte per muoversi nella direzione giusta: un piano per la pace basato sulla difesa comune, un titolo sovrano che faccia da alternativa credibile al dollaro, un programma per la sovranità energetica, una tassa europea sulle grandi multinazionali e sul digitale, l’assicurazione europea contro la disoccupazione, un canale umanitario per cinque milioni di migranti regolari, un presidente unico per Commissione e Consiglio con l’abolizione del diritto di veto, una piattaforma social europea e non ultima un’offensiva di soft power, con l’apertura fra l’altro di venti istituti culturali europei nei Paesi più popolosi del mondo.